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“Abbiamo raggiunto un punto di inflessione”: con questa formula Ursula von der Leyen ha aperto il vertice tra Unione Europea e Cina, organizzato a Pechino in un clima più teso che celebrativo. È la frase chiave di un incontro che segna i cinquant’anni di relazioni diplomatiche, ma soprattutto l’inizio di una nuova fase: meno ottimista, più strutturale, e con la crescente consapevolezza che l’interdipendenza economica non è più una garanzia, bensì un problema da gestire. Anche perché contemporaneamente c’è da gestire la pratica Donald Trump, con un potenziale accordo (per dazi americani al 15%) pronto su un tavolo in cui si discute anche di un de-risking condiviso dalla Cina – e di sicurezza e difesa condivisa, come già successo con Giappone e Filippine (a proposito: “notevole”, dice una fonte diplomatica che lavora sul rapporto Usa-Ue, il saggio di Christopher Chivvis su Foreign Affairs, dove si ipotizza un’uscita militare americana dall’Europa).

Von der Leyen e António Costa, da poco insediato come presidente del Consiglio Europeo, hanno portato sul tavolo pechinese le principali fratture che indeboliscono il rapporto: il surplus commerciale cinese, le pratiche industriali non reciproche, l’ambiguità della Repubblica popolare sul conflitto in Ucraina – dove la Cina tiene una posizione di “neutralità pro-russa”. “Ribilanciare le nostre relazioni bilaterali non è più un’opzione, è essenziale”, ha sottolineato la presidente della Commissione, chiedendo “soluzioni reali” alle distorsioni di lungo periodo.

Il leader cinese, Xi Jinping, ha risposto in modo netto, pur mantenendo toni distensivi. Xi sa che non può permettersi di perdere in nessun modo il legame col mercato europeo (economicamente il più grande del mondo), ma non può nemmeno accettare pressioni – anche per mantenere forte l’immagine della sua leadership. Ha evocato un “momento critico” nelle relazioni, ma ha respinto ogni legame tra la guerra in Europa e la postura cinese, rivendicando che i problemi del continente “non nascono dalla Cina”. Ha rilanciato l’idea di una cooperazione stabile e ha condannato le ipotesi di decoupling come autolesioniste, accusando Bruxelles di fare un uso eccessivo degli strumenti commerciali. Non a caso, nelle stesse ore Pechino attaccava pubblicamente le nuove sanzioni europee contro due banche cinesi accusate di facilitare i flussi commerciali verso la Russia.

Intanto, l’asimmetria commerciale è sempre più marcata. Nei primi sei mesi dell’anno, secondo i dati cinesi, le esportazioni verso l’Ue sono cresciute del 7%, mentre le importazioni europee sono diminuite del 6%. Lo squilibrio non è solo numerico, ma qualitativo: l’Europa accusa la Cina di inondare i mercati con beni a basso costo e sussidiati, dai pannelli solari ai veicoli elettrici, in un contesto in cui la spinta alla self-reliance di Pechino erode ulteriormente la domanda interna per i prodotti europei. In parallelo, Bruxelles ha avviato oltre 25 procedimenti di difesa commerciale solo nell’ultimo anno, segno della crescente assertività economica da parte dell’Ue.

Eppure, il vertice mostra anche una doppia verità: da un lato, l’Europa ha preso atto della fine di un ciclo iniziato negli anni Novanta, basato sull’assunto che l’apertura economica potesse trasformarsi in convergenza politica. Dall’altro, Pechino continua a proporsi come attore di stabilità e a corteggiare le imprese europee, anche attraverso annunci mirati. Secondo indiscrezioni, durante il summit potrebbero essere state confermate nuove commesse per Airbus e altri colossi industriali (perché i cinesi sanno che, come già successo in passato, corteggiare con certe offerte cancellerie come quella di Parigi può essere una utile leva per ottenere qualche ritorno dal blocco di Bruxelles).

Nessun comunicato congiunto è stato per ora pubblicato – e forse non uscirà mai. Ma nel linguaggio della diplomazia, l’assenza di un accordo scritto è di per sé un segnale: non c’è equilibrio, ma c’è ancora interesse reciproco a non rompere. Xi ha chiesto all’Europa di fare le “giuste scelte strategiche”. Von der Leyen ha chiarito che la fase della neutralità passiva è finita. La relazione resta strategica, ma non più incondizionata. L’idea di un tilt verso Pechino per rispondere alle pressioni statunitensi, sollevata in ambienti europei, è infattibile e rischiosa. Il summit di Pechino lo ha dimostrato con chiarezza.

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