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È da prendere con le pinze l’annuncio del ritiro di quasi dodicimila militari americani dalla Germania. Ha obiettivi prima di tutto elettorali, dovrà essere concordato con gli alleati e non si realizzerà prima di alcuni anni. Parola dell’ambasciatore Stefano Stefanini, senior advisor dell’Ispi, già consulente diplomatico del presidente Napolitano e rappresentante permanente per l’Italia all’Alleanza Atlantica. Formiche.net l’ha raggiunto per commentare il piano svelato dal Pentagono. Dopo indiscrezioni e anticipazioni, sono arrivati ieri i numeri ufficiali: 11.900 militari lasceranno la Germania. Di questi, 5.400 andranno verso altre destinazioni europei, Belgio e Italia su tutte.

Ambasciatore, come commenta il piano annunciato dagli Stati Uniti?

I numeri sono leggermente più alti delle attese. Ciò si spiega dall’obiettivo di ridurre la presenza in Germania a 24mila unità. Nel controllo sui numeri, la presenza è attualmente più alta di quella stimata inizialmente. Il punto però non è questo. Ci sono diverse osservazioni da fare. Prima di tutto, occorre notare che il piano sarà definito nell’arco di mesi ed effettuati nell’arco di anni. Sarà dunque sub iudice per diverso tempo, e sicuramente non sarà attuato nei sei mesi che passano da qui al 20 gennaio, quando ci sarà l’inaugurazione della prossima presidenza americana. Nel caso di un cambio di amministrazione, potrà dunque essere rivisto. A differenza del precedente annuncio, inoltre, sono stati consultati sia la Germania che la Nato.

Meno della metà dei soldati che usciranno dalla Germania resterà comunque in Europa, ma non in Polonia, dove si immaginava un potenziamento.

Sì, i militari che resteranno nel Continente saranno riassegnati tra Belgio e Italia. Cade così completamente il discorso di una presenza americana potenziata a ridosso della Russia. Se ciò sia dovuto a un mancato accordo tra Varsavia e Washington (considerato che il tema è stato nell’agenda della recente visita di Andrzej Duda alla Casa Bianca) o piuttosto ai contatti tra Trump e Punti che sembrano piuttosto regolari, non siamo in grado di dirlo. Certamente, dal punto di vista della Russia, non è una mossa che aumenterebbe la tensione come lo sarebbe stato lo spostamento di militari in Polonia.

Eppure, l’obiettivo dichiarato dai vertici del Pentagono è proprio l’aumento della deterrenza sulla Russia. Funzionerà?

Non sono un militare, per cui mi manca la competenza tecnica in materia. In ogni caso, la mia impressione è che la deterrenza nei confronti della Russia non aumenti affatto. D’altra parte, il piano prevede una diminuzione della presenza americana in Europa, e quindi di fatto un indebolimento (quantomeno quantitativo) della componente Usa nella Nato nel Vecchio continente. Non vedo come lo spostamento di una parte dei soldati ora in Germania tra Italia e Belgio possa rappresentare uno strumento di deterrenza sulla Russia. Certamente non lo rappresenta agli occhi degli alleati Nato che sono nell’Europa centro-orientale, Polonia e Paesi baltici, preoccupati del fronte est dell’Alleanza.

C’è dunque il rischio che, per gli alleati europei, passi il messaggio di un ripiegamento in patria degli Stati Uniti?

La Nato lo negherà sicuramente, e farà bene a farlo; lo stesso faranno gli Stati Uniti. Il piano rientra in una programmazione di medio-lungo termine. Nel momento in cui avesse effetto (rebus sic stantibus per quanto riguarda la dimensione geopolitica) si tratterà di un modesto e limitato ritiro Usa dal teatro europeo, tra l’altro in una linea annunciata da tempo dall’amministrazione Trump, sebbene finora non perseguita. Durante i quattro anni di presidenza, gli Stati Uniti hanno rafforzato la presenza in Europa, pur mantenendo la visione di lungo termine per una riduzione degli impegni all’estero. L’impressione, a quattro mesi dalle presidenziali americane, è che l’annuncio abbia forti motivazioni elettorali.

Ci spieghi meglio.

Svelare il piano significa mantenere la promessa fatta dall’allora candidato, e ora presidente, Donald Trump: “bring the boys back home”. Avendo avuto più difficoltà a riportare i “boys” a casa dai teatri maggiormente esposti in Medio Oriente e Afghanistan, li ritira da dove hanno compiti di deterrenza, cioè dall’Europa. Dunque, leggendo l’annuncio del ritiro di 11.900 militari dalla Germania, di cui 6.400 destinati a rientrare negli Stati Uniti, e tenuto conto che ciò non avverrà entro il 20 gennaio prossimo, la nota dominante è quella elettorale: una mossa che Trump farà valere nella campagna verso il voto di novembre.

Alla base della decisione Usa sembrano esserci comunque anche le divergenze con Berlino…

Questo è l’altro aspetto, cioè la ragione del ritiro proprio dalla Germania e della destinazione di circa metà soldati verso Belgio e Italia. Per il Belgio, ci vorrebbe forse una conoscenza militare più approfondita; il concentramento di tutti i comandi europei sembrerebbe avere un certo senso, ma da solo si risolverebbe con numeri diversi in termini di unità rispetto a quelli comunicati. Per l’Italia, si può immaginare il desiderio di rafforzare le capacità sul fronte del Mediterraneo, un elemento che il nostro Paese ha tra l’altro sempre chiesto. Certo, alla base c’è il difficile rapporto che l’amministrazione Trump ha con la Germania. Tanto è vero che il presidente ha spiegato la decisione con il fatto che Berlino non faccia fronte agli impegni di burden sharing dell’Alleanza Atlantica, e che sia lontana dal 2% del Pil da spendere per la Difesa, obiettivo di tutti i Paesi Nato.

Un pretesto?

La Germania sta arrivando all’1,38%. L’Italia è all’1,22%, mentre il Belgio allo 0,93%. Se la mossa deve punire chi non spende abbastanza per la Difesa, ha poco senso che i premiati siano coloro che spendono meno della Germania. Ciò vale in termini percentuali di Pil, e ancora di più considerando i valori assoluti. In altri termini, viene penalizzato un Paese che ha il secondo bilancio per la Difesa all’interno dell’Ue. Certo, c’è da considerare anche il grado di efficienza. La Germania, come riconoscono gli stessi tedeschi, ha problemi di capacità e di possibilità di impiego, facendo per le missioni comuni meno di quanto fa l’Italia.

Per il nostro Paese che significa l’aumento del continente Usa nel territorio nazionale?

Intanto, è opportuno evidenziare che Italia e Belgio dovranno essere consultati bilateralmente, e che forse lo sono già stati. In ogni caso, dal punto di vista italiano, un rafforzamento della presenza militare americana (e dunque della Nato) sul fronte del Mediterraneo risponde a un’esigenza che abbiamo sempre rappresentato e che dovrebbe venire incontro alla nostra priorità: un’Alleanza impegnata su tutti i fronti, con il bonus aggiuntivo di non accrescere le tensioni con Mosca, altra dinamica che l’Italia vuole evitare.

iraq

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