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In un momento decisivo, quando le generazioni presenti hanno un’occasione che non si ripresenterà, sarebbe bene che le forze politiche sapessero trovare un minimo comun denominatore. Se non un governo di tutti uno capace di parlare la lingua di tutti. Poi guardi su cosa si raccoglie l’unanimità dei consensi e ti rendi conto di quanto melassosamente retorica e autolesionista sia una simile considerazione. Sana in teoria, malata nel suo teorizzare.

Alla Camera dei deputati l’hanno votata tutti la legge che prevede un assegno di mantenimento, fino a 200 euro, che va dalla gravidanza ai 21 anni del fu pargolo. Un costo di 22 miliardi. 7 in più della sommatoria degli attuali sgravi e agevolazioni. Tutti concordi nel contrastare la denatalità. E chi mai può essere così carogna da dirsi contrario? C’è da supporre che tanta concordia sia frutto del non sapere cosa sia e comporti un figlio.

Fino a 200 euro sono una miseria per chi non ha un soldo. Soldi buttati per chi ne ha qualcuno. Quando si accorgeranno che a fare più figli sono immigrati che scodellano italiani che, per giunta, ci si rifiuta di considerare italiani ci sarà da ridere piangendo. Fare un figlio non è come contrarre un cancro, non è una disgrazia, e la denatalità è frutto della ricchezza, non della povertà. Facevamo più figli sotto i bombardamenti, dite ci fossero più sicurezze e agiatezze? Certo che si deve fare qualche cosa, per favorire la natalità, ma sapendo di che si tratta. Occorrono più asili nido e scuole per l’infanzia, che oggi offrono copertura a una percentuale ridicola. Poi servono scuole e università efficienti e formative, il che significa selettive, perché i figli non sono solo lattanti cacaroni, ma crescono e pongono altri problemi. Il più della paura (e del connesso egoismo) non riguarda l’immediato, ma il futuro.

Ciò significa che occorrono anche strutture sportive e per il tempo libero, perché non sono fastidi da dare in custodia, ma persone che hanno esigenze crescenti. Dopo avere studiato e corso devono avere la ragionevole speranza di una vita migliore dei loro genitori, il che comporta mercato del lavoro permeabile e non continuare a offrire garanzie solo a chi è arrivato al mondo prima di loro: meno pensioni e meno aggravi sulle spalle di chi produce. L’unanimità nel sussidio la si costruisce sull’unanimità assistenzialista. L’opposto di quel che servirebbe ad avere più fiducia nel futuro che nel passato. Sempre disprezzando il presente.

Al ventunesimo anno che succede, se non c’è stata meritocrazia nello studio e nel lavoro? Si passa per il reddito di cittadinanza e si punta al prepensionamento. La società fallimentare che ama i fallimenti e genera falliti. I figli della cupa caducità. Ovvio che gli assennati non vogliano consegnarle progenie.

Quel che si offre al presente sarà irripetibile in futuro: soldi e protezione europea per cambiare. Al primo giorno si saluta la novità con la cieca retorica pauperista di chi è pronto a soffocare qualsiasi cosa pur di non cambiare e barattare consensi con assistenza improduttiva. E una roba simile passa all’unanimità perché questa è la tara marcia di un mondo politico e culturale che non ha il coraggio di dire quel che avrebbe dovuto capire o che, più probabilmente, non è in grado di capire quel che si dovrebbe avere il coraggio di spiegare. Così si ritrova la sola cosa in cui eccelle: la viltà di perseverare in quel che ha tarlato una potenza produttiva.

Cosa penso dell’unanimità sull'assegno unico per i figli. Il commento di Giacalone

In un momento decisivo, quando le generazioni presenti hanno un’occasione che non si ripresenterà, sarebbe bene che le forze politiche sapessero trovare un minimo comun denominatore. Se non un governo di tutti uno capace di parlare la lingua di tutti. Poi guardi su cosa si raccoglie l’unanimità dei consensi e ti rendi conto di quanto melassosamente retorica e autolesionista sia…

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