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Le reazioni dal mondo produttivo e del lavoro si erano rincorse sui giornali negli ultimi giorni. E alla fine è arrivata anche una nota ufficiale dei sindacati di categoria. La sera del 13 febbraio è stato approvato l’emendamento per lo slittamento della moratoria ad agosto 2021 da febbraio 2021 del Pitesai, la mappa che il Mise deve mettere a punto per indicare dove si potrà continuare a esplorare ed estrarre idrocarburi. Un vero e proprio colpo di mano che rappresenta una moratoria contro le trivelle fino a 30 mesi, 6 mesi in più di quelli previsti nella norma originaria. Insomma, un divieto concreto per le trivellazioni sul territorio nazionale.

LA LETTERA DI FILCTEM, FEMCA E UILTEC A PATUANELLI

“La recente decisione della Commissione Affari Costituzionali e Bilancio della Camera – hanno scritto oggi i segretari generali di Filctem, Femca e Uiltec al ministro Stefano Patuanelli – di prorogare il periodo di moratoria sulla effettuazione di nuove trivellazioni nelle acque nazionali entro le 12 miglia fino a 30 mesi, mette in discussione un intero comparto ed aumenta le incertezze del sistema Paese carente già da diversi anni di un piano energetico nazionale e che risente sempre più dell’instabilità geopolitica internazionale. Come Lei ben sa in tutta Italia ci sono migliaia di lavoratori e decine di imprese interessate dalle attività del settore offshore. La crisi del comparto, che si è generata anche per effetto della decisione assunta nel decreto Milleproroghe del 2019, sta già inducendo le aziende ad agire di conseguenza con l’adozione di provvedimenti per chiusure aziendali che impattano drammaticamente sia sui livelli occupazionali che sul reddito di intere famiglie. Per questo i segretari generali di Filctem, Femca e Uiltec sono a chiederle un incontro urgente per poterLe esternare le nostre posizioni e per, se possibile, condividere con Lei iniziative a sostegno del settore off shore in Italia”.

LA VICENDA DI RAVENNA

Ed è bene ricordare che, solo per fare un esempio, a Ravenna si estrae metano da almeno 50 anni, garantendo standard ambientali e di sicurezza tra i più alti al mondo. Dopo questo provvedimento lo si estrarrà sempre dallo stesso bacino, ma non in Italia. Magari dalla costa di fronte, dalla Grecia e dall’Albania, con la stessa direzione di Eni. Quella che si sta realizzando nel capoluogo ravennate, per il suo territorio e per 10 mila lavoratori e le loro famiglie, in un settore all’avanguardia anche dal punto di vista ambientale e di sicurezza, è la cronaca di una morte annunciata.

LA TRANSIZIONE ENERGETICA SECONDO PIRANI

“Negli ultimi decenni – ha sostenuto Paolo Pirani, segretario generale della Uiltec nazionale – si sono, inoltre, rinviate decisioni relative alla realizzazione di quelle misure che avrebbero consentito al sistema minor costi per miliardi di euro sia nel settore del gas che in quello elettrico. Dobbiamo porre fine ai processi di chiusura di impianti e programmare una serie di riconversioni a gas di centrali esistenti che consentano una transizione economicamente sostenibile, avviando al più presto il meccanismo che crei partnership tra investimento privato e aziende a controllo pubblico”.

I PROBLEMI AL MISE

Quindi, le scelte a favore della transizione energetica costituiscono l’asse portante di una politica industriale che tuttora manca al Paese. Proprio Pirano nelle ultime settimane aveva più volte criticato la politica carente posta in essere dal dicastero dello Sviluppo economico: “Le crisi industriali che non trovano sbocco –aveva sottolineato- e poi il decadimento delle infrastrutture, soprattutto al Sud che, insieme a scelte politiche errate, rischia di portare l’Italia in tempi brevi in una crisi energetica senza precedenti”. Il leader della Uiltec aveva avvertito dei disagi causati dalla “tempesta perfetta”: Da un lato – ha sostenuto la riforma degli stessi ammortizzatori sociali, che ha ridotto la portata di strumenti come la Cassa integrazione, dall’altro lo scioglimento della cabina di regia e l’ingresso di un capitalismo di ventura internazionale in Italia. Il primo governo Conte ha pensato di tamponare l’emergenza con populismo e promesse. Il ministro Luigi Di Maio andava in giro per il Sud dicendo ci penso io. La realtà è stata un’altra. La gestione ministeriale si è bloccata nella divisione delle competenze dei diversi dicasteri”.Infine, anche l’emergenza infrastrutture. “È stato avviato – ha concluso Pirani – un processo di decarbonizzazione delle centrali elettriche, senza avere al contempo un’alternativa”. In sintesi, nel 2025 saranno eliminate le centrali a carbone e la produzione di energia potrebbe non essere sufficiente. Un futuro di blackout che le stesse aziende hanno ben presente.

IL TESTO DELLA MISSIVA DI CGIL, CISL E UIL A CONTE 

Anche le confederazioni di Cgil, Cisl e Uil si sono fatte sentire nei confronti governo. Ieri Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo si sono rivolti al premier, Giuseppe Conte, indirizzandogli una lettera a firma comune: “Signor presidente – hanno scritto i tre leader sindacali – la preoccupazione per i numerosi tavoli di crisi aziendali e settoriali aperti da tanto tempo, per i segnali di rallentamento dell’economia di guerre commerciali in Europa e nel mondo, ci porta a chiederLe di fissare in tempi rapidi un incontro. La difesa dei livelli occupazionali, il rilancio degli investimenti nelle infrastrutture sociali e materiali, una nuova politica industriale fondata sulla qualità del lavoro, dei salari, della ricerca e dell’istruzione richiedono, a nostro parere, una visione d’insieme e un reale coordinamento dei soggetti coinvolti a partire dalla costituzione di una cabina di regia tra i vari Ministeri alle prese con queste problematiche. Ci muove la volontà di ricercare soluzioni che nel difendere e creare posti di lavoro siano capaci di ricostruire quel clima di fiducia indispensabile per far crescere il nostro Paese, attraverso necessarie riforme e aperture di cantieri”.

Tradotto: sindacati in pressing su governo ed, in particolare, sul dicastero dello Sviluppo economico. Soffia aria di ulteriore crisi economica. E occorre prepararsi a fronteggiarla. Possibilmente da un fronte unico!

Sos industria. I sindacati chiamano il governo

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