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Che la Cina segua delle vie alternative per reperire tecnologia americana è ormai cosa nota. Ma Pechino sta perseguendo tante strade. La prima è costruita internamente, con lo sviluppo dei propri chip che sostituiscono quelli statunitensi non più reperibili (direttamente): d’altronde, sottolineano alcuni, quando c’è da fare di necessità virtù vengono stimolati i migliori talenti nazionali. L’altra strada invece portava ai Paesi terzi alleati di Washington, a cui i cinesi hanno bussato per reperire i semiconduttori sfruttando una falla nel sistema occidentale. È stato rafforzato dalle politiche della Casa Bianca, prima con Joe Biden e adesso con Donald Trump, che hanno reso ancor più difficile l’esportazione del proprio know-how verso la Cina. Tuttavia, questa non si arrende.

L’ultima trovata di cui parla il Wall Street Journal vede Pechino spostarsi in Malesia. È lì che vengono trasferiti hard disk pieni di dati che vengono elaborati nei data center funzionanti con chip americani, compresi quelli di Nvidia, per poi tornare in patria. Secondo il quotidiano, a inizio marzo quattro ingegneri cinesi si sono recati nel paese asiatico. Con loro, anche quattro valigie con 15 hard disk contenenti 80 terabyte di fogli di calcolo, immagini e videoclip utili per l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale.

La scelta di utilizzare i dischi è dovuta al fatto che, rispetto ad altri sistemi, sarebbe stato più semplice farli arrivare in Cina visto che trasportare chip o hardware darebbe molto più nell’occhio. Certo, va da sé che i cinesi non possono fare tutto il lavoro da soli. Serve un aiuto, come quello che gli avrebbero fornito alcuni cittadini di Singapore, mentendo sulla reale destinazione di alcuni server di Nvidia.

Tutto questo sta complicando i piani degli Stati Uniti. Ora dovranno trovare altri escamotage per cercare di frenare il flusso di tecnologia verso la Cina. La sua ricerca spasmodica di strumenti occidentali dimostra però che anche lei ha i suoi problemi e che i limiti imposti dagli americani hanno i loro effetti.

Secondo un alto funzionario americano, per quest’anno Huawei non riuscirà a produrre più di 200mila chip e la maggior parte verranno indirizzati alle aziende cinesi. Ciononostante, sottolinea il sottosegretario al Commercio per l’industria e la sicurezza presso il Dipartimento del Commercio Jeffrey Kessler, Pechino “sta investendo ingenti somme per aumentare la produzione di chip di intelligenza artificiale e la capacità dei semiconduttori che produce. Quindi è fondamentale non nutrire un falso senso di sicurezza, ma capire che la Cina sta recuperando rapidamente terreno”.

Il gigante asiatico sta investendo massicciamente sull’IA per accorciare il divario con gli strumenti americani. Ora Huawei sarebbe indietro di una generazione rispetto ai chip statunitensi ma, avverte il capo dell’IA del governo David Sacks, la Cina ha un ritardo di appena 3 o 6 mesi sull’America. Per ridurlo ha usato diverse scorciatoie. 

Ecco l'ultimo sotterfugio della Cina per evitare i limiti all'export imposti dagli Usa

Secondo il Wall Street Journal, Pechino trasferirebbe i dati su degli hard disk che vengono poi elaborati dentro i data center dei Paesi asiatici che utilizzano tecnologia americana, come la Malesia. Si tratta solo dell’ennesimo escamotage utilizzato dai cinesi per reperire la tecnologia vietata dagli americani e per accorciare il divario da Washington

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