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“La diagnosi precoce è la chiave di volta per costruire la sanità che vogliamo”. Così il senatore Guido Quintino Liris, membro della commissione Bilancio, ha aperto i lavori del convegno “La complessità delle infezioni materno-fetali e il ruolo cruciale della diagnostica nella gestione delle infezioni Torch”, svoltosi oggi in Senato. L’iniziativa, promossa dallo stesso senatore, ha posto l’accento sulla necessità di affrontare tempestivamente patologie che compromettono la qualità della vita di madre e neonato, e che, se non intercettate, generano costi maggiori per il sistema sanitario. Al centro del dibattito, la diagnostica come leva strategica per l’efficienza del sistema. “Nella gestione delle malattie infettive, la diagnostica è spesso l’anello debole, ma proprio per questo può diventare un punto di forza”, ha osservato Guido Rasi, consigliere del ministro della Salute Orazio Schillaci e già direttore esecutivo dell’Ema. “Senza diagnostica, manca un elemento centrale per guidare le scelte cliniche e sanitarie”, ha poi aggiunto sottolineando con favore il dialogo crescente sul tema e della spinta che può generare investimenti in diagnostica. A intervenire anche Rocco Bellantone, presidente dell’Istituto superiore di sanità, che parlando proprio di infezioni materno-fetali ha ribadito come “la diagnosi precoce rappresenti un pilastro” per il trattamento e la gestione delle patologie.

NUMERI E DATI

I dati globali relativi all’aspettativa di vita neonatale sono allarmanti: ogni anno, circa 2,6 milioni di neonati non sopravvivono al primo mese di vita, un milione dei quali muore il giorno stesso della nascita, con tassi elevati in Africa sub-sahariana e Asia meridionale. In questo contesto, le infezioni Torch – acronimo coniato per descrivere toxoplasmosi, rosolia, citomegalovirus e herpes simplex (in seguito la “O” è andata ad indicare other pathogens) – rappresentano una sfida rilevante per la salute pubblica. Sono infatti responsabili del 2%-3% di tutte le anomalie congenite. In Italia, la mortalità neonatale è tra le più basse (2,75 per mille), ma non per questo trascurabile. Infatti, anche nel nostro Paese “si muore ancora per infezioni trasmesse dalla madre durante la gravidanza o il travaglio”, ha ricordato Marcello Lanari, professore di Pediatria presso l’Alma mater studiorum e direttore Uoc Pediatria presso l’Irccs Aou di Bologna. “Esistono ancora importanti cause di morbilità e mortalità neonatale: la prevenzione resta l’unica via per affrontarle efficacemente”. Ma non solo dati clinici, una revisione sistematica della letteratura condotta da Altems advisory, presentata da Eugenio Di Brino, co-founder e partner della struttura, ha identificato tre linee d’azione prioritarie: implementazione di screening universali e politiche di prevenzione, sensibilizzazione delle donne in età fertile e delle gestanti, e monitoraggio continuo. “Mi trovo a dare una soluzione in termini di sostenibilità. Puntare su screening e prevenzione significa investire molte risorse nell’anno zero per poi avere dei benefici sul medio e lungo periodo”, ha spiegato Di Brino, sottolineando la necessità di un cambio di paradigma anche a livello contabile.

IL RUOLO DEI TEST

La varietà di test diagnostici oggi disponibili – sierologici, molecolari, virologici, immunologici, fino al sequenziamento genetico – illustrata da Tiziana Lazzarotto, professoressa di Microbiologia e direttrice scientifica di Amcli sono fondamentali per “arrivare a una diagnosi che consenta al clinico di seguire la paziente in maniera appropriata”. “In particolare – ha spiegato – il test sierologico permette di distinguere tra infezione primaria e non primaria. Nel primo caso, il rischio di trasmissione madre-feto e di malattia fetale è molto più elevato”, rendendo così lo strumento diagnostico decisivo.

LA PREVENZIONE NON PUÒ ESCLUDERE NESSUNO

L’accesso alla diagnosi precoce deve essere garantito a tutte le donne, comprese quelle appartenenti a fasce di popolazione fragili o invisibili. “Ogni donna ha bisogno di un counselling esperto e multidisciplinare, anche quelle che oggi non vengono intercettate dai programmi di screening”, ha spiegato Lanari, sottolineando l’importanza di portare l’informazione là dove normalmente non arriva. “Dobbiamo occuparci della salute degli ultimi perché, attraverso questo impegno, ci prendiamo cura della salute di tutti”, ha spiegato Francesca Moccia, vicesegretario generale di Cittadinanzattiva, che ha poi aggiunto: “Dobbiamo continuare a informare, far arrivare i messaggi più semplici a tutte le donne”.

L’IMPEGNO DELL’INDUSTRIA

Anche l’industria diagnostica è chiamata a un ruolo chiave. Giorgio Ghignoni, corporate vice president scientific affairs di Diasorin, ha sottolineato l’impegno a sviluppare test sempre più sicuri ed efficaci, capaci di coniugare innovazione e sostenibilità. “Una diagnosi precoce riduce i costi legati al trattamento di patologie conclamate. Ma oggi dobbiamo anche affrontare la sfida della centralizzazione in grandi laboratori e della diagnostica di prossimità. Il nostro obiettivo è che far si che i test eseguiti sul territorio garantiscano le stesse condizioni di qualità di quelli effettuati in laboratorio”. Diasorin ha avviato un percorso condiviso con società scientifiche, Cittadinanzattiva e Assobiotec “per costruire una visione comune sul valore della diagnostica”, promuovendo un approccio integrato tra tutti gli attori del sistema. Prospettiva condivisa anche da Riccardo Palmisano, membro del consiglio di presidenza di Federchimica-Assobiotec, che ha evidenziato l’importanza di superare la frammentazione tra diagnostica, terapie e vaccini: “Non sono compartimenti stagni, ma sistemi che devono dialogare”. Palmisano ha lanciato poi un appello all’utilizzo saggio degli investimenti nel Ssn: “Non è una questione di risorse in più o in meno, ma di come vengono usate. Il vero tema è la programmazione.”

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