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In un lessico politico e industriale sempre più improntato a termini come competitività e innovazione, il settore biotech si ritaglia un ruolo centrale nel ripensamento delle traiettorie di sviluppo del Paese. L’industria farmaceutica e biomedicale – snodo cruciale tra ricerca, manifattura e salute pubblica – si conferma una delle filiere più dinamiche e ad alta intensità di conoscenza. Eppure, in un contesto segnato da crescente incertezza geopolitica, tensioni commerciali e transizioni complesse, il sistema italiano si trova ad affrontare ostacoli strutturali che rischiano di rallentare l’accesso all’innovazione e di disincentivare nuovi investimenti. Quali sono le condizioni che rendono davvero virtuosa questa filiera? E cosa serve per valorizzarla in modo stabile e duraturo? Queste le domande al centro del confronto ospitato ieri all’Ambasciata di Svizzera in Italia, dove è stato presentato lo studio d’impatto di Roche nel nostro Paese, realizzato in collaborazione con PwC.

INNOVAZIONE COME RISPOSTA ALLE SFIDE GLOBALI

“Viviamo un momento complicato, dal punto di vista geopolitico e delle tensioni commerciali”, ha osservato l’ambasciatore svizzero Roberto Balzaretti. “Siamo in una transizione tecnologica, energetica e demografica che pone interrogativi cruciali sul nostro futuro. In questo contesto, puntare sull’innovazione è una scelta strategica di lungo periodo. Richiede visione, capacità di proiettarsi nel futuro e cooperazione”. Un messaggio condiviso anche dal ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, che ha definito il farmaceutico un settore di eccellenza e “un esempio concreto di come l’innovazione possa diventare leva di sviluppo”. A livello europeo, il tema è ormai centrale. Soprattutto per “l’equilibrio da trovare tra industria e sostenibilità”, ha sottolineato Stefano Verrecchia, capo dipartimento presso il Ministero per gli Affari europei. Se l’Italia è ancora tra i grandi dell’innovazione, “è anche grazie al polo chimico farmaceutico che dobbiamo continuare a potenziare”, ha rimarcato il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon. “Dobbiamo investire di più su questo sistema”.

OLTRE GLI OSTACOLI

Ma per valorizzare appieno il potenziale del biotech occorre affrontare i nodi strutturali che ne ostacolano lo sviluppo. “Uno dei principali freni è ciò che chiamiamo meccanismo del payback”, ha denunciato Stefanos Tsamousis, general manager di Roche Pharma. “Crea un onere sproporzionato per le imprese, insieme a tempi di accesso lunghi rispetto ad altri attori europei e una burocrazia che frena l’innovazione”. Ma “non si può solo correggere ciò che è sbagliato, ma bisogna progettare il futuro”, sottolinea il GM invitando “tutti gli stakeholder, il governo e il comparto a sedersi al tavolo”. “Per continuare ad alimentare l’effetto moltiplicatore degli investimenti del biotech e il valore aggiunto che generano per il Paese – ha aggiunto – è fondamentale disporre di un ambiente realmente favorevole all’innovazione”. Ed è proprio sull’innovazione che la Svizzera “scommette” spiega l’ambasciatore. Il 3% del Pil del paese infatti è investito in ricerca e sviluppo, permettendo insieme ad un “ecosistema di molti elementi che dialogano” di restare “in testa agli indici di competitività internazionale”. Fra gli esempi virtuosi della filiera, secondo Burcak Celik, alla guida di Roche Diagnostics, “la diagnostica in vitro come abilitatore di un sistema sanitario più sostenibile e resiliente, capace di prevedere, intervenire precocemente e personalizzare le cure”.

PAYBACK

Sul tema del payback le istituzioni mostrano consapevolezza e apertura al dialogo. “Per chi deve investire, quel meccanismo, inquantificabile nei suoi effetti finali, diventa incomprensibile”, ha affermato Daria Perrotta, ragioniere generale dello Stato, ricordando che “era una misura utile in un dato momento storico, ma oggi va ripensata”. Un percorso di revisione è già stato avviato, come ha spiegato Francesco Saverio Mennini, capo dipartimento della Programmazione, dei dispositivi medici, del farmaco e delle politiche in favore del Servizio sanitario nazionale del ministero della Salute: “Il payback non si può eliminare da un giorno all’altro per ragioni di finanza pubblica, ma c’è un percorso che si sta disegnando di concerto con le aziende per ridurre questo impatto”. Ulteriori obiettivi del ministero sono la revisione dei tetti di spesa – “sistema anomalo portato avanti per anni”, ha sottolineato Mennini – e il riconoscimento dell’innovazione come investimento nella sostenibilità del sistema sanitario e del Paese. “Tecnologie efficaci non solo aiutano a ridurre i costi a carico del Ssn ma anche i costi sociali indiretti e quelli a carico del sistema previdenziale, migliorando al contempo la produttività e attraendo investimenti”, ha chiarito. Sulla strada da percorrere, soprattutto sul dossier payback, ha concluso: “Con il Mef siamo sulla stessa lunghezza d’onda”.

CREARE UN ECOSISTEMA FAVOREVOLE

Ma non è solo il payback a frenare il potenziale del biotech italiano. Il problema è più ampio, e riguarda l’intero ecosistema dell’innovazione: dalle regole che lo governano, alle competenze che lo alimentano. Se l’Italia vuole davvero giocare un ruolo da protagonista, servono condizioni più favorevoli lungo tutta la filiera. “Per noi la politica industriale si traduce in regole, leggi, normative”, ha dichiarato Enrica Giorgetti, direttore generale di Farmindustria. “Quanto più sono chiare, efficaci e veloci da applicare, tanto più il settore lavora meglio”. A oggi, ha aggiunto, “l’Italia ha un mix ricchissimo di produzione e ricerca. Il problema è l’accesso: i tempi sono lunghissimi. Servono regole nuove e una governance più efficiente”. A frenare gli investimenti c’è anche la difficoltà nel reperire profili adeguati. Sul fronte dello sviluppo delle competenze è “fondamentale l’interazione con il privato”, ha spiegato Francesca Galli, capo della segreteria tecnica del ministro dell’Università e della ricerca. «Abbiamo tanti talenti che non riusciamo a trattenere”. Una riflessione condivisa da Marica Nobile, direttrice generale di Assobiotec: “Nei prossimi anni la domanda di lavoro nel biotech crescerà, ma c’è il rischio di non avere i talenti necessari”. “La situazione normativa italiana scoraggia gli investimenti. Serve semplificare per incentivare la ricerca”, ha aggiunto. Il gap che si riflette anche nella concorrenza europea: “La Spagna si è imposta anche grazie a un’applicazione più rapida della direttiva europea sulla sperimentazione clinica”, ha sottolineato la direttrice di Assobiotec. Andrea Montanino, chief economist di Cdp, ha ribadito che “è l’innovazione la strada su cui dobbiamo muoverci. E la ricerca biotech ha ricadute trasversali”. “È un settore che attrae capitali”, e “l’Italia ne ha bisogno”, ha rimarcato.

LO STUDIO D’IMPATTO, L’EFFETTO MOLTIPLICATORE DI ROCHE

A dimostrazione di una filiera virtuosa che unisce innovazione, crescita economica e occupazione qualificata, lo studio presentato da Andrea Fortuna, partner Pwc Italy, offre una fotografia concreta del contributo che il biotech può generare per il sistema Paese. Nel solo 2023 Roche Italia ha prodotto un impatto complessivo di 712,5 milioni di euro, pari allo 0,03% del Pil nazionale. Di questi, 446,7 milioni derivano dalle attività dirette e indirette dell’azienda, con una quota diretta di 274,6 milioni. Con un effetto moltiplicatore di 2,6 euro per ogni euro di valore aggiunto diretto. Nell’ultimo anno sono stati attivati 225 studi clinici, di cui 174 sponsorizzati, con oltre 13mila pazienti coinvolti. A questi si aggiungono 38 studi osservazionali (quasi 15mila pazienti) e 24 programmi di uso compassionevole per garantire accesso anticipato a terapie salvavita in cinque aree terapeutiche. Solo gli studi clinici sponsorizzati hanno generato un investimento diretto pari a 56,5 milioni di euro, traducendosi in un risparmio immediato per il Ssn. Anche sul fronte occupazionale, il contributo è rilevante. La biotech impiega in Italia oltre mille persone, con una forza lavoro composta per il 52% da donne, per il 77% da laureati e per il 34% da under 40. Numeri che confermano come il comparto non sia solo un volano di innovazione, ma anche un asset strategico per attrarre, sviluppare e valorizzare talenti, contribuendo a costruire un’economia più inclusiva e ad alta intensità di conoscenza.

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