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Se il tavolo non si può ribaltare meglio sedercisi attorno. La vittoria di Stefano Bonaccini in Emilia-Romagna dà una boccata di ossigeno alla maggioranza (o meglio, al Pd, che è quanto oggi rimane in salute, nel Paese, della maggioranza) ma a ben vedere non toglie il respiro alla Lega di Matteo Salvini.

L’altolà gridato dalla roccaforte della sinistra italiana alla destra sovranista spazza via per il momento uno stato d’animo che da mesi tormenta la politica italiana: l’imminenza, la vertigine di un baratro dietro l’angolo che ha costretto le forze in campo a una forsennata corsa alla campagna elettorale, in cerca della spallata finale per far crollare il governo o di un ultimo appiglio per salvarlo.

La gara al “carpe diem” che ha tenuto banco tanto nella maggioranza quanto all’opposizione nei primi mesi del governo rossogiallo si infrange in Emilia-Romagna. Che lancia un monito erga omnes: non si può ridurre all’infinito la politica a un all-in di poker. Gli emiliano-romagnoli hanno preferito ascoltare chi parlava loro di sanità, strade, scuole piuttosto che di immigrazione, Gregoretti, e governi da mandare a casa.

Ora si apre una finestra che può giovare a tutti, salvo errori clamorosi. Per il governo, uscito rafforzato e compattato attorno alla figura di Giuseppe Conte, il più grave sarebbe adagiarsi sugli allori. Non può permettersi di dettare da solo l’agenda, né di ignorare un’opposizione che, nonostante tutto, gli tiene ancora il fiato sul collo. Il voto emiliano può essere invece l’occasione per abbandonare il gioco in difesa e affrontare con sicurezza i dossier più urgenti, con un tavolo condiviso con gli avversari.

Era stato previdente lo scorso novembre Giancarlo Giorgetti, quando aveva spiazzato tutti proponendo di cambiare insieme alla maggioranza “quattro o cinque regole del gioco” per “dare un governo decente a questo Paese”. Allora l’assist del numero due del Carroccio trovò solo una timida apertura nell’esecutivo e fu accolto con scetticismo dai colleghi nel centrodestra, finendo archiviato dalla cronaca politica.

Oggi, all’indomani di un voto che ha rimesso in asse il governo, il tavolo di Giorgetti torna più che mai attuale. Il modello può essere mutuato dalla cabina di regia andata in scena sulla crisi libica, che per la prima volta dopo mesi ha visto maggioranza e opposizione fare gioco di squadra attorno alla Farnesina e all’intelligence italiana, sugellato dal lavoro del più riuscito e autorevole comitato bipartisan del Parlamento italiano, il Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica). Quell’esperimento può essere replicato, e sublimato, di fronte agli altri dossier urgenti che richiedono l’apporto di tutte le forze politiche, anche di chi aspira a tornare presto a Palazzo Chigi e rischia di ritrovarseli sulla scrivania.

Ce ne sono ben più di “quattro o cinque”. Crisi industriali: Ilva, Alitalia, Popolare di Bari. Economia: cuneo fiscale, riforma dell’Irpef, Quota 100. Giustizia: la riforma della prescrizione. Politica estera: la crisi in Iraq e quella in Libia. E poi la legge elettorale, regola del gioco per definizione, che, la storia insegna, diventa un boomerang quando viene scritta in solitaria, magari per mettere i bastioni fra le ruote all’avversario.

Riprendere e rilanciare la proposta di Giorgetti può dare al governo autorevolezza, e dissolverebbe l’immagine, accreditata da una parte della stampa estera, di una maggioranza tenuta insieme all’insegna dell’antisalvinismo. Costringerebbe infine il centrodestra a mostrare le carte, e a mettere in stand-by l’assedio a Palazzo Chigi che, in Emilia-Romagna, ha già subito una prima, eloquente battuta d’arresto.

Verifica di governo? Perché rispolverare la proposta Giorgetti per le riforme

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