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Come può un grillino resistere al fascino di un piazza mediorientale popolata di giovani e studenti che manifestano contro un regime? Sembra una tentazione in cui un pentastellato, di quelli più accaniti contro il sistema, difficilmente riesce a non cadere. Ma pochi elementi e tutto cambia. Ne bastano tre. Primo: che il politico in questione sia Alessandro Di Battista, uno che più che i regimi combatte contro l’Occidente. Secondo: che le piazze siano quelle di Teheran. Terzo: che i manifestanti siano scesi in strada per manifestazione contro la dittatura iraniana. Et voilà, come per magia, la piazza diventa repellente, fa paura, mette in imbarazzo.

Abbiamo passato in rassegna i social di Di Battista. Su Twitter è inattivo dal luglio 2018. Su Instagram l’ultimo post è del 31 dicembre scorso e ribadisce l’intenzione del grillino di utilizzare questa piattaforma per raccontare la sua famiglia e la sua vita privata. Il mezzo preferito, e ancora piuttosto usato da “Dibba”, è Facebook: nell’ultima settimana ha scritto due lunghi post sull’Italia – uno contro Matteo Salvini, l’altro in difesa di Luigi Di Maio. Niente sull’Iran, nonostante l’amata piazza.

L’ultimo intervento in merito risale a dieci giorni fa, esattamente il 3 gennaio scorso, all’indomani dell’uccisione da parte degli Stati Uniti del generale pasdaran Qassem Soleimani. Il raid bollato come “vigliacco”, “stupido” e “pericoloso”. L’Iran che non “hai mai rappresentato una minaccia per il nostro Paese” prima delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti. E su questo punto, come abbiamo già fatto notare, l’ex deputato sbaglia: le sanzioni non sono “imposte all’Europa da Washington”, come scrive, bensì sono una misura diretta all’Iran che si può ripercuotere sugli scambi con il Vecchio Continente.

“Dibba” non è nuovo alla difesa del regime iraniano. Già nel 2014 difese l’Iran in un post sul blog di Beppe Grillo intitolato “Isis, che fare?”, nel quale invitava a riconoscere “lo Stato Islamico un interlocutore da coinvolgere nel dialogo per la pace in Iraq”. E qualche mese fa, sempre da Facebook, aveva sparato ad alzo zero contro il Partito democratico appena convolato a nozze con il suo Movimento 5 Stelle: “Non vi fidate delle notizie che arrivano dal Medio Oriente, al contrario lavorate per la Pace. Ne va dell’interesse del popolo iraniano, saudita e yemenita e di quello di un mucchio di imprese italiane che hanno sempre lavorato bene con Teheran”.

Non serve ricordare le simpatie verso l’Iran di altri pentastellati come il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano e i presidenti delle commissioni Esteri di Camera e Senato, Marta Grande e Vito Petrocelli. L’abbiamo già fatto qualche giorno fa.

Il più pasdaran dei grillini, Di Battista, parlerà di Iran questa sera, intervistato all’interno del programma Povera Patria di Rai 2. Ma, stando alle anticipazioni, ha detto: “Voglio scrivere un libro, nei prossimi anni, di politica internazionale. Penso sia anche interessante conoscere il Paese. Prima di muovermi, ho chiamato chi di dovere, non è che vado a mettere a repentaglio la mia sicurezza”. E, annunciando che farà un viaggio in Iran, ha aggiunto: “C’è il rischio di una guerra? Sì, c’è un rischio, ma mi auguro che Trump non bombarderà”.

Queste dichiarazioni sono state rilasciate sabato, il giorno in cui il regime iraniano ha ammesso l’abbattimento del volo PS752. Qualcosa da allora è cambiato, è sufficiente dare un’occhiata alle piazze e alle strade del Paese, in particolare della capitale Teheran dove i manifestanti si sono rifiutati di calpestare le bandiere statunitense e israeliana sostenendo che il nemico è in casa, è il regime.

O Dibba che è in Iran, lei con chi sta? Con il regime che spara o con popolo che chiede il cambiamento?

Con il regime o contro? Il caso di Dibba in Iran

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