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Prima erano venute le richieste di alcune grandi imprese tecnologiche e, secondo le indiscrezioni sui negoziati commerciali con Trump, del governo americano.

Poi quelle di diverse start-up europee. Infine, notizia di ieri, la lettera di 46 amministratori delegati di aziende con molti pezzi da novanta del capitalismo europeo, da Airbus e Lufthansa a Mercedes Benz e Philips, per chiedere alla Commissione di azionare la leva dello stop the clock per le future scadenze dell’AI Act, il regolamento che disciplina su scala continentale l’intelligenza artificiale.

Una pausa di due anni, che interesserebbe in particolare i modelli ad alto rischio e quelli fondazionali di IA generativa in attesa che si definiscano meglio linee guida e standard tecnici, da un lato, ma anche si prendano concreti provvedimenti per semplificare la regolamentazione digitale, dall’altro.

E se la prima è una giustificazione validissima ma di carattere tecnico la seconda assume una valenza politica chiara. Che viene dopo l’osservazione numerica quanto cristallina contenuta nel Rapporto Draghi.

Con circa 100 tra direttive e regolamenti in ambito digitale vigilate da oltre 270 regolatori il quadro dell’acquis comunitario in ambito digitale è quantomai complesso.

Problema accentuato dal fatto che una parte importante di questo effluvio legislativo è ancora in via di attuazione e nessuno davvero sa quanto sarà stretta alla fine la cintura regolatoria. Anche perché i diversi tessuti che la compongono non sono perfettamente fungibili.

È infatti l’interoperabilità regolamentare una delle parole chiave dello studio presentato nei giorni scorsi in Parlamento europeo a Bruxelles da PromethEUs, network di think tank dell’Europa meridionale, coordinati dall’Istituto per la Competitività (I-Com).

D’altronde, nella sua recente strategia per il mercato unico la Commissione tra i cosiddetti “Terribili Dieci”, le dieci questioni critiche che più lo frenano, ha citato “norme europee eccessivamente complesse”.

E aggiungiamo noi tanto più complesse perché regolano gli stessi mercati con normativa di dettaglio non preventivamente coordinata e dunque che è caratterizzata da potenziali contraddizioni o quantomeno ambiguità interpretative. In questo contesto, i pacchetti Omnibus della Commissione Europea rivestono un’importanza particolare – cinque di essi sono già stati pubblicati (due a febbraio, due a maggio e uno a giugno).

Questi pacchetti consistono in una serie di proposte legislative e non esplicitamente finalizzate ad avanzare nell’agenda della semplificazione.

L’obiettivo di tali misure è ridurre gli oneri normativi nei settori chiave dell’economia europea, liberando così risorse per investimenti, digitalizzazione e crescita, riducendo obblighi e provando a portare coerenza nelle aree in cui insistono provvedimenti di origine, finalità e natura diverse che finiscono per disciplinare le stesse fattispecie.

C’è già stata una preview nel quarto che tocca l’economia digitale, con alcune piccole modifiche al GDPR, ma il grosso arriverà con un pacchetto ad hoc entro la fine dell’anno. Tuttavia, guardando i primi Omnibus

e in particolare il quarto emergono evidenti rischi dai quali a nostro avviso dovremmo guardarci.

L’Omnibus IV – composto da due direttive e quattro regolamenti – estende infatti le misure di semplificazione alle cosiddette imprese small mid-cap (SMC). La logica alla base di questo cambiamento è superare l’attuale soglia rigida (250 dipendenti) che fa scattare gli obblighi previsti per le grandi imprese.

Il nuovo quadro normativo consentirà a circa 38.000 SMC europee fino a 750 dipendenti di accedere agli stessi benefici attualmente riservati alle PMI, tra cui specifiche esenzioni dal GDPR e prospetti semplificati per la quotazione in borsa.

L’attenzione specifica alle PMI e alle SMC è naturalmente comprensibile, data l’importanza che rivestono nelle nostre economie e i minori mezzi a disposizione per fronteggiare gli oneri burocratici, e almeno su un piano di principio può essere condivisa. Tuttavia, non bisogna trascurare due elementi.

Come indica chiaramente il rapporto Draghi, gran parte del gap di competitività che si è aperto con gli USA negli ultimi venti anni è attribuibile all’emergere delle Big Tech oltreoceano e in Cina, a fronte di una quasi virtuale assenza di grandi aziende tecnologiche in Europa.

I numeri riportati nello studio PromethEUs danno conto di questo divario. E d’altronde non necessariamente l’emergere di grandi imprese va a discapito di quelle di dimensioni minori.

Nell’ecosistema dell’innovazione convivono imprese di ogni dimensione e ci sono evidenti esternalità positive tra le une e le altre che sono invece molto più limitate in contesti contraddistinti esclusivamente da nanismo. D’altronde la questione dimensionale torna anche con le grandi imprese europee più mature ma comunque capaci di innovare come quelle che hanno sottoscritto la lettera.

Perso almeno per ora il treno delle Big Tech made in Europe è solo dalla collaborazione tra queste ultime e le startup europee e parallelamente quella tra grandi imprese e startup UE che può venire un rilancio dell’innovazione e della competitività continentali. Difficile pensare a terze vie che al momento sembrano decisamente velleitarie.

Non è dunque un caso che nella lettera dei 46 capi azienda europei, tra i quali anche quelli della francese Mistral e dell’associazione tedesca delle startup, si evochino regole semplificate e coerenti per tutte le aziende, nessuna esclusa.

In attesa che il cosiddetto 28º regime, altro tema forte del rapporto PromethEUs, possa essere quello strumento opzionale per dare alle startup e alle PMI innovative la possibilità di crescere più facilmente nella giungla normativa europea. E magari avvantaggiarsi rispetto alle imprese non basate nell’UE.

La cintura della regolamentazione digitale in Ue è diventata troppo stretta. Il commento di da Empoli

Con circa 100 tra direttive e regolamenti in ambito digitale vigilate da oltre 270 regolatori il quadro dell’acquis comunitario in ambito digitale è quantomai complesso. Problema accentuato dal fatto che una parte importante di questo effluvio legislativo è ancora in via di attuazione e nessuno davvero sa quanto sarà stretta alla fine la cintura regolatoria. È infatti l’interoperabilità regolamentare una delle parole chiave dello studio presentato nei giorni scorsi in Parlamento europeo a Bruxelles da PromethEUs, network di think tank dell’Europa meridionale, coordinati dall’Istituto per la Competitività (I-Com). La lettura di da Empoli, presidente di I-Com

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Ormai le logiche dei mercati finanziari prevalgono sulla creazione del valore aggiunto e, generalmente, si è portati a investire in questo senso. Ma è aprendo nuove imprese che si sviluppano maggiori servizi, che possono incrementare il livello della concorrenza stimolando una crescita dell’innovazione e alimentando l’export. Certo, anche la finanza ha un ruolo importante per la crescita del Paese, ma questo ruolo lo gioca quando c’è una correlazione diretta con il tessuto produttivo e imprenditoriale. L’analisi di Stefano Monti

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