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C’era una volta l’unità nazionale in nome della lotta al coronavirus. Anzi, no. Non è vero. Di fatto non c’è mai stata e con questi chiari di luna è lecito ipotizzare che mai ci sarà, almeno con questi protagonisti e in questa situazione politica, nonostante la forte moral suasion esercitata in tal senso da Sergio Mattarella. Alla luce della rottura sul decreto Cura Italia e del voto di fiducia di oggi al Senato, le stentate interlocuzioni delle ultime settimane tra maggioranza e opposizione sembrano assumere un connotato diverso da quello che molti avevano sperato: tentativi, apparentemente riusciti, di guadagnare tempo per tornare alla solita manfrina. Tanto da un lato, quanto dall’altro. Con buona pace delle esigenze, e delle speranze del Paese che, a prescindere dalla nascita oppure no di un governo sostenuto da tutti, avrebbe comunque bisogno di soluzioni straordinarie per affrontare questi tempi di straordinaria complessità. E invece niente.

Giuseppe Conte, per la verità, non è mai parso voler collaborare più di tanto con Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini: quando ha incontrato i leader dell’opposizione, sembra averlo fatto più per accontentare il Capo dello Stato che non per reale convinzione o volontà. Come se, in un certo senso, temesse il clima da unità nazionale, come se lo ritenesse prodromico alla nascita di un esecutivo di salute pubblica per la ricostruzione, che inevitabilmente spetterebbe a Mario Draghi guidare. Non a caso oggi il Cavaliere sul Corriere della Sera ha commentato duramente: “Il governo crede che un’opposizione collaborativa sia un’opposizione servente. Non è così. Abbiamo offerto soluzioni per aiutare il Paese a uscire da questa grave crisi ma la maggioranza ci ha relegati al ruolo di spettatori”.

Dall’altra parte, invece, l’opposizione è apparsa più collaborativa, soprattutto per necessità – nel momento più cupo dell’emergenza sanitaria andare allo scontro frontale sarebbe stato, oltreché irresponsabile, anche elettoralmente suicida – ma non ha mai dato l’impressione di riuscire ad andare pienamente oltre i formalismi. In attesa di tornare alle dinamiche di sempre e alle relative polemiche. E senza apparire, peraltro, realmente compatta, divisa tra soluzioni diverse, vedi ad esempio alla voce Europa, e una competizione elettorale, in particolare tra Meloni e Salvini, che comunque rimane sullo sfondo.

Tema, quello delle distanze interne alle coalizioni, che per la verità, però, risulta molto più accentuato al governo e nella maggioranza, come la vicenda del Mes sta drammaticamente confermando in queste ore. Il M5S è contrario in tutto e per tutto, mentre nel Pd prevale la linea della migliore intesa possibile date le circostanze, che potrebbe voler dire sì al Meccanismo europeo di stabilità ma senza le condizioni capestro che lo rendono più indigeribile. Una differenza di vedute che si sta ripercuotendo sulla compagine governativa, all’interno della quale si sta aprendo una faglia al centro di cui si trova, ovviamente, il premier.

Nell’intervista al Financial Times del 20 marzo scorso il presidente del Consiglio aveva aperto al Mes, sempre senza le condizioni più stringenti, ma il no dei pentastellati – di cui Conte in fondo rimane espressione – lo ha indotto a cambiare radicalmente posizione. Parlando alla Bbc ha rilanciato fortemente sui coronabond – al momento, purtroppo, una chimera – e minacciato che senza un reale cambio di passo a Bruxelles l’Italia farà da sola. Cosa significhi non è chiaro ma è certo che questa posizione lo allontani dal Pd – che per ora rimane ufficialmente silente – e dal suo ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, che tra i dem incarna più di tutti la linea della trattativa ad oltranza (qui un nostro articolo sul tema). Fin dai tempi del governo gialloverde Conte si è in un certo senso abituato a essere vaso di coccio tra vasi di ferro: in quell’occasione fu in grado di trasformare questa sua debolezza in una forza, al punto di riuscire a rimanere presidente con una maggioranza di colore opposto, ma non è affatto detto che questa operazione gli riesca di nuovo. Soprattutto in questo contesto di estrema emergenza.

Questioni che si aggrovigliano proprio mentre l’Italia è chiamata a giocarsi a Bruxelles la partita più importante. Quella della sopravvivenza e della ricostruzione. A questo appuntamento il nostro Paese si è presentato litigioso e politicamente diviso quando, invece, sarebbe stato necessario parlare con una voce sola in modo da rendere il nostro messaggio chiaro e inconfondibile. Con il paradosso di non riuscire a essere uniti noi all’interno nel momento in cui chiediamo all’Europa la massima unità possibile, rappresentata dalla mutualizzazione del debito e dai coronabond. Un’incertezza le cui conseguenze di politica interna si presentano imprevedibili, qualunque decisione alla fine adottino a Bruxelles gli Stati membri. Soprattutto se dovesse prevalere, come molte volte è accaduto in passato, un compromesso al ribasso. A questo punto solo la forza degli eventi europei appare in grado di spingere i partiti a ricompattarsi per provare a resistere.

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