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Quello che è successo lunedì a Mosca è la testimonianza di quanto sia diventata imprevedibile la guerra in Libia. Prima dell’incontro tra il premier Fayez Serraj e Khalifa Haftar, il miliziano ribelle che sta cercando da nove mesi di rovesciare il governo, c’era una sufficiente fiducia sul fatto che le due parti decidessero di firmare il documento di implementazione del cessate il fuoco. Sebbene non fosse una certezza, perché i due avevano fatto di tutto per evitare di incontrarsi a Roma la settimana prima – con Serraj che aveva addirittura dato buca al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Qualcosa che mesi fa non sarebbe mai accaduto, ma era stato dato per accettabile perché l’Italia, capolista europea sul dossier, aveva perso un po’ di terreno.

Ma a Mosca si era configurato un allineamento teoricamente perfetto: c’erano la Turchia e la Russia, c’era stato un turbinio diplomatico che aveva coinvolto tutti gli attori in campo e soprattutto tutte le parti esterne che si muovono sopra, sotto, in mezzo al conflitto. Però se Serraj s’era trovato costretto a firmare la tregua, perché era la Turchia che spingeva per farlo e Ankara è l’unico partner su cui ora la Tripolitania può contare concretamente (leggasi: anche sul piano militare), Haftar ha invece potuto usare lo scenario russo per un altro colpo di scena. E ora c’è il rischio che qualcosa di simile si ripeta domenica a Berlino, dove è in programma una conferenza internazionale che parte da un cessate il fuoco violato sul campo politico (oltre che da qualche mitragliata al fronte).

Possibile che il “notoriamente testardo” (cit. Bloomberg) signore della guerra dell’Est abbia voluto sfruttare la situazione per dimostrare ai libici di non essere dipendente da niente. Possibile che, come scrive Bloomberg, ci sia rimasto male perché si aspettava un’accoglienza con tappeto rosso, e invece è restato per un paio d’ore in una sala d’attesa del ministero degli Esteri russo, sperando di avere un faccia a faccia pubblico, una photo opportunity, con Vladimir Putin – che invece non c’è stata.

La realtà sta anche nel fatto che Haftar ha dietro di sé una coalizione molto eterogenea, quanto piuttosto disponibile, e ormai il miliziano della Cirenaica, dopo anni, ha imparato come maneggiare con cura le sue carte. Non c’è solo la Russia, che anzi ha ottenuto un ruolo politico esagerato rispetto all’investimento fatto in Libia, sebbene quelle poche centinaia di contractor mandati a sparare al fronte pro-Haftar, contro nemici che si muovono in ciabatte e pantaloncini, siano portatori di un vantaggio tattico esponenziale. Se il Cremlino dovesse decidere di ritirare quei soldati informali di cui non ha mai ammesso la presenza – come pare stia già facendo, anche per via della mancanza di un linea univoca sul dossier e perché Putin l’affronto di Haftar se l’è segnato – ci sarebbe un buon ricambio.

Ci sono gli Emirati Arabi per esempio, che forniscono assistenza tecnica per la copertura aerea e che hanno messo a disposizione i fondi – insieme all’Arabia Saudita – per pagare schiere di mercenari sudanesi e ciadiani che a sud e a est di Tripoli sono il motore dell’Lna, la milizia di Haftar. Sono meno bravi dei russi, ma sono molti di più: tempo fa un comandante haftariano diceva al Guardian che sono talmente tanti che non sanno dove mandarli a combattere. Gli emiratini inoltre, al di là dell’assistenza armata (che è chiaramente sempre negata), permettono ad Haftar di giocare una buona politica nel Golfo. E non è un caso se, ripartito da Mosca, il libico s’è diretto ad Amman, in Giordania, da dove dovrebbero arrivare altri aiuti pratici (in realtà sembra che siano già arrivati, ma non c’è mai niente di ufficiale).

Poi c’è l’Egitto. Dal Cairo, che ultimamente ha avuto contatti importanti sulla crisi con l’Italia (e non si può pensare a questi senza allargare il quadro sull’EastMed), arriva un altro genere di sostegno: quello politico locale. Haftar non potrebbe essere Haftar senza l’appoggio dell’HoR, il parlamento libico eletto nel 2014. Il suo presidente, Agila Saleh, era anch’egli a Mosca, chiamato a firmare il documento per la tregua. E nemmeno lui l’ha siglato. Ripartito dalla capitale turca è atterrato all’aeroporto internazionale del Cairo, dove ha avuto incontri con i leader politici del paese (in quegli stessi giorni c’era anche il premier Conte). Commentando con Agenzia Nova la situazione, Saleh ha detto: “Siamo andati in Russia in buona fede. Ma il documento che ci è stato proposto includeva diversi punti che non potevamo accettare. Siamo rimasti sorpresi anche dalla partecipazione dei ministri degli Esteri e della Difesa della Turchia, che sono chiaramente dei nostri nemici. Abbiamo naturalmente rifiutato qualsiasi cosa che la Turchia ha cercato di imporci”.

È un quadro chiaro. La Turchia è rivale dell’Egitto per un motivo geopolitico – ha interessi sovrapposti a quelli del Cairo nel Mediterraneo Orientale, ricchissimo di materie prime energetiche, e per questo s’è incuneata in Libia – e uno ideologico. Il governo costruito da Recep Tayyp Erdogan è infatti collegato a doppio filo con la Fratellanza musulmana, che ha un’interpretazione dell’Islam politico completamente diversa da quella dominante in Egitto, Emirati Arabi e Arabia Saudita, dove infatti è considerata un’organizzazione terroristica. Per ragioni simili, i turchi sono alleati del Qatar. Haftar parla dei suoi nemici, i politici e i miliziani di Tripoli e Misurata, come di terroristi affiliati alla Fratellanza: ed è una narrazione che esce direttamente da Cairo, Riad e Abu Dhabi. “L’Lna sta combattendo gli assassini, i terroristi e i criminali che controllano la capitale Tripoli. Ed è una questione di sicurezza nazionale”, spiega Saleh a Nova, e ricorda che dietro ad Haftar c’è l’aiuto dei “nostri fratelli arabi”.

Egitto ed Emirati, contattati personalmente da Putin e non avvisati in precedenza della riunione di Mosca, non erano d’accordo con la firma della tregua perché era troppo benevola con i nemici turchi. Un funzionario turco dice inoltre alla Bloomberg che un cessate il fuoco potrebbe consentire a Turchia e Russia di cooperare nell’esplorazione di petrolio e gas in Libia e proteggerebbe anche l’accordo marittimo che la Turchia ha chiuso col governo di Tripoli in cambio di assistenza militare – questa intesa è quella contestata dall’Egitto, ma anche dalla Grecia e da altri paesi europei tra cui l’Italia, perché temono un’invasione turca e russa nelle acque del Mediterraneo mossa anche attraverso la destabilizzazione funzionale della Libia.

Secondo un’informazione raccolta dal Guardian, in Libia ci sono già 2000 miliziani siriani, spostati dalla Turchia per combattere sul fronte anit-Haftar. Saranno loro, mercenari che Ankara ha creato per fare il lavoro sporco partendo dal sostegno fornito negli anni ai ribelli anti-assadisti, a combattere contro le forze ingaggiate dagli emiratini. In una complicazione che potrebbe essere vista come un’ingerenza ulteriore della Turchia e portarsi dietro anche un aumento del consenso dei libici sul lato di Haftar.

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