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Non solo export, vertici e scambi. Ma volontà di costruire e progettare con lungimiranza una traiettoria avvolgente che porti benefici nel medio-lungo periodo. Il viaggio della presidente del Consiglio Giorgia Meloni in Asia centrale ha fruttato una serie di accordi bilaterali, oltre al rafforzamento delle relazioni e alle promesse di future alleanze. Ma anche una nuova consapevolezza strategica, come spiega a Formiche.net in questa lunga conversazione il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli (FdI), che quel fazzoletto di mondo conosce bene per aver effettuato una serie di missioni ad hoc.

L’Italia, osserva, è stata capace di stimolare e indirizzare l’interesse europeo sia verso l’Africa e il Mediterraneo allargato (Accordi di partenariato Ue-Tunisia e Ue-Egitto) sia verso l’Asia Centrale (il primo Vertice Ue-Asia Centrale di Samarcanda tenutosi quest’anno). Questa la chiave di volta da un lato per restituire al rapporto con l’Africa la centralità che merita e dall’altro per valorizzare con l’Asia Centrale i formati già esistenti, ma imprimendo un cambio di passo. “L’Italia è sempre stata creatrice di interconnessioni globali. Attualmente stiamo recuperando e rafforzando questa nostra storica vocazione”.

Perché l’Asia centrale è diventata una delle priorità geopolitiche del governo Meloni?

Storicamente l’interesse italiano per l’area centroasiatica, unito a una profonda comprensione della sua importanza strategica, precede di diversi secoli la stessa esistenza dell’Italia quale singola entità politica. In tempi più recenti, è già da diversi anni che il nostro Paese guarda con crescente interesse all’Asia Centrale, con una presenza diretta in Kazakhstan, Uzbekistan, Turkmenistan e crescente impegno anche nei confronti di Tagikistan e Kirghizistan. Le relazioni bilaterali, stabilite già all’indomani dell’indipendenza delle cinque repubbliche ex sovietiche, sono da sempre positive e da lungo tempo caratterizzate da una significativa presenza imprenditoriale e commerciale italiana in quei Paesi. Tuttavia, la collocazione geopolitica lungo le rotte sempre più nodali dei commerci, delle infrastrutture e delle catene del valore globale tra Europa e Asia e il moltiplicarsi di aree di crisi che vedono la regione a vario titolo coinvolta o tangente ne hanno significativamente accresciuto il peso geostrategico per l’Italia e l’Ue, favorendo l’emergere di un approccio regionale. Come la sua domanda giustamente sottolinea, la differenza tra la fase attuale e quelle precedenti nell’approccio italiano all’Asia Centrale è proprio il passaggio dall’interesse alla priorità, testimoniato non solo dall’evoluzione del formato 1+5 fino al Vertice di questi giorni con la Presidente Meloni, ma anche dall’approfondimento dei rapporti con i singoli Paesi ai massimi livelli. In questo siamo stati degli apripista. L’Italia è stato il primo partner occidentale a lanciare un simile foro dedicato con una regione desiderosa di espandere la sua multivettorialità verso Occidente e che vede nel nostro Paese un interlocutore privilegiato, equilibrato e con una esperienza sia politico-istituzionale che socio-economica che nello sviluppo sostenibile utile per modellarne la crescita.

In che maniera un’infrastruttura nevralgica come il Trans-Caspian Transport Corridor, che collegherà l’Europa e l’Asia, potrà rafforzare non solo i legami economici e la sicurezza energetica nella regione, ma anche l’export italiano?

Il Trans-Caspian International Transport Route (chiamato anche Middle Corridor) è un grande progetto di interconnessione e di connettività regionale tra Asia Centrale ed Europa. Sono convinto che sia uno dei progetti dal peso geostrategico più elevato nel quadro del Global Gateway europeo, visto che il suo obiettivo è quello di creare una via di transito alternativa al territorio russo. È indubbio che il rafforzamento e la diversificazione delle rotte commerciali siano estremamente positivi per un Paese esportatore per vocazione come il nostro (quarto al mondo in rapporto al Pil e primo per livello di diversificazione merceologica delle esportazioni). Credo anche che il rafforzamento sarà a doppio senso: il nostro export ne uscirà rafforzato, così come la nostra capacità di acquisto in relazione a una vasta gamma di materie prime e merci strategiche (faccio l’esempio di metalli, minerali, fibre tessili, cereali). Non dobbiamo dimenticare che alla base della nostra grande capacità di esportazione c’è una altrettanto grande capacità di trasformazione industriale e artigianale (specialmente in senso qualitativo), che richiede una larga base di materie prime e semilavorati, oltre che un significativo apporto energetico.

Intervenendo al Forum Internazionale di Astana, Giorgia Meloni ha detto che l’Italia è stata la prima nazione dell’Ue a decidere di investire nelle relazioni con l’Asia centrale e i suoi singoli Stati membri, lanciando un formato permanente per condividere idee. Un modello esportabile anche ad altri Paesi non sempre attenzionati in passato dai governi italiani?

Certamente. Inevitabile pensare all’Africa e al Piano Mattei. Negli ultimi anni siamo stati degli apripista nel mondo occidentale anche per quanto riguarda i rapporti con i Paesi africani. Non parlo solamente dei governi italiani, ma dalla fine della Guerra Fredda l’Africa, ma anche quello che chiamiamo adesso Mediterraneo allargato, avevano perso importanza nella prospettiva occidentale, lasciando spesso l’iniziativa ad attori come la Cina, la Russia, la Turchia. Ritengo che abbiamo e stiamo facendo la nostra parte per restituire al rapporto con l’Africa la centralità che merita. Così come nel caso dell’Asia Centrale, si partiva da formati già esistenti, ma imprimendo un cambio di passo che ci ha condotto a risultati come il Vertice Italia-Africa dell’anno scorso, durante il quale è stato lanciato il Piano Mattei. I formati non bastano, servono volontà politica, credibilità internazionale e, non da ultimo, un impiego mirato, strategico, delle risorse disponibili. È importante ricordare come siamo stati in grado di stimolare e indirizzare l’interesse europeo sia verso l’Africa e il Mediterraneo allargato (Accordi di partenariato Ue-Tunisia e Ue-Egitto) sia verso l’Asia Centrale (richiamo il primo Vertice Ue-Asia Centrale di Samarcanda tenutosi quest’anno).

Nel settore energetico la cooperazione italiana può contribuire a fare la differenza in vari scenari: come sfruttarla al meglio?

Rispondo anche in connessione alle domande precedenti. L’Italia ha la posizione geografica e le capacità tecnico-infrastrutturali per ambire ad essere un hub, uno snodo energetico al centro del Mediterraneo, un ponte tra Europa e Africa. Ricordiamo che il Piano Mattei deve il suo nome allo slancio pionieristico di Enrico Mattei, fondato sul partenariato mutualmente vantaggioso proprio nel settore dell’energia. Quella è stata una stagione di grande crescita e prestigio internazionale per l’Italia, e abbiamo in questi anni l’occasione, sebbene in un contesto geopolitico profondamente mutato, di ripercorrere quei passi in chiave moderna e sostenibile. Naturalmente, l’energia è uno dei sei pilastri del Piano Mattei. Delle grandi iniziative nelle quali siamo protagonisti, ricordo su tutte il progetto di interconnessione elettrica sottomarina Elemed, tra Italia e Tunisia, il primo elettrodotto tra Europa e Nord Africa e anche la prima infrastruttura elettrica nel quadro della Connecting Europe Facility della Commissione Ue, o anche il Corridoio H2 Sud per il trasporto dell’idrogeno sempre dal Nord Africa all’Europa.

Quale ruolo può recitare l’Italia all’interno di un’interconnessione globale, che va dall’Asia all’Europa, dal Mediterraneo all’Indo-Pacifico?

L’Italia è sempre stata creatrice di interconnessioni globali. Attualmente stiamo recuperando e rafforzando questa nostra storica vocazione. Ricordo che stiamo giocando un ruolo da protagonisti anche nello sviluppo dell’India – Middle East – Europe Economic Corridor, o Imec, noto anche come “Via del Cotone”. Il progetto, firmato nel settembre 2023 a margine del G20 da Stati Uniti, India, Unione Europea (con adesione specifica di Italia, Francia e Germania), Arabia Saudita ed Emirati Arabi, intende connettere l’India all’Europa attraverso una combinazione di infrastrutture portuali, ferroviarie, digitali ed energetiche. Come annunciato dal ministro Tajani ad aprile, Trieste si prepara a ospitare, nella seconda metà dell’anno, un vertice multilaterale destinato a consolidare il ruolo dell’Italia nello sviluppo di Imec. Trieste si propone come snodo fondamentale per questa nuova architettura connettiva. Il porto, già hub avanzato nella logistica europea, è destinato a diventare “la porta meridionale dell’Europa”, al centro di un progetto globale in grado di ridisegnare le geografie del commercio e della cooperazione interregionale. Anche grazie a un crescente coordinamento tra settore pubblico e privato, siamo sempre più protagonisti in settori chiave come quello dei cavi sottomarini in fibra ottica: penso alle reti BlueMed e GreenMed, a loro volta parte del sistema di cavi indo-mediterraneo Blue & Raman, del quale Genova è uno dei principali terminal europei.

Vi spiego cosa lega Asia centrale e Piano Mattei. Parla Cirielli

La differenza tra la fase attuale e quelle precedenti nell’approccio italiano all’Asia Centrale è il passaggio dall’interesse alla priorità. L’Italia è sempre stata creatrice di interconnessioni globali. Attualmente stiamo recuperando e rafforzando questa nostra storica vocazione. Conversazione con il viceministro degli Esteri, Edmondo Cirielli

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