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Mentre ieri per la prima volta dal 2012 la bandiera statunitense tornava a sventolare sulla sede dell’ambasciata Usa di Damasco, a Roma si tornava a discutere di Siria. A distanza di quasi quindici anni dall’inizio della guerra civile, il Paese resta profondamente frammentato, dove le ferite del conflitto si intrecciano con le difficoltà di una transizione incerta: ma dall’evento “Syria Forward”, ospitato, sempre ieri 29 maggio 2025 presso la sede della Fondazione Med-Or a Roma, e co-organizzata con il Global Institute for Strategic Research (Gisr), esce un soffio di speranza. L’incontro, aperto da un keynote-speech di Mohammed Ali Chihi, direttore del Gisr (un think tank direttamente collegato all’Hamad bin Khalifa University di Doha), ha offerto un’occasione riservata di confronto tra esperti, ricercatori e funzionari su come affrontare le sfide complesse di questo momento storico.

L’attuale fase politica, dopo la caduta del regime assadista e la presa del potere da parte dei rivoluzionari Ahmad al Shara, è segnata dal tentativo di consolidare un nuovo assetto istituzionale, partendo dall’adozione di una dichiarazione costituzionale che punta a definire un’identità nazionale condivisa. Il processo d’istituzionalizzazione della Carta è visto come la base su cui fondare una nuova coesione tra i diversi gruppi del Paese, evitando la deriva verso forme di autonomia regionale che rischierebbero di minare ulteriormente l’integrità territoriale. Il riconoscimento della pluralità etnica, culturale e religiosa – ora descritto come “una Siria dove tutti sono minoranze” – impone una distribuzione più equa del potere e dei servizi sul territorio, attraverso forme di decentramento capaci di rafforzare la legittimità del nuovo corso politico.

Sul piano della sicurezza, il Paese resta vulnerabile a interferenze esterne e alla presenza di milizie armate, comprese quelle legate al jihadismo transnazionale. Il disarmo progressivo e la reintegrazione degli ex combattenti, inclusi i foreign fighters, rappresentano una priorità, insieme alla ricostruzione di entità militari nazionali equilibrate e rappresentative. Parallelamente, si pone la questione di quale tipo di sicurezza costruire: centrata sulle strutture statali o focalizzata sulla protezione delle popolazioni? La risposta a questo dilemma sarà determinante per la stabilità futura.

Il contesto economico è altrettanto critico. La ripresa non potrà avvenire senza una ricostruzione infrastrutturale di base – trasporti, energia, acqua, sanità – e un rilancio del settore bancario e produttivo, anche attraverso l’attrazione di investimenti e lo sviluppo di partnership internazionali. Punto di partenza: il sollevamento, controllato, delle sanzioni.

Tuttavia, l’esperienza globale suggerisce prudenza: oltre la metà dei Paesi sottoposti a programmi di peacebuilding ricade in situazioni di conflitto entro cinque anni, e circa tre quarti dei casi generano nuovi regimi autoritari. Questo implica che il fallimento è una possibilità concreta e che ogni passo della ricostruzione dovrà essere calibrato con attenzione, partendo da un’agenda ristretta ma profonda, evitando la frammentazione degli interventi.

Infine, il ruolo delle autorità locali e della società civile sarà cruciale per evitare l’imposizione di modelli esogeni o la riproduzione di dinamiche disfunzionali. È essenziale ascoltare i bisogni e le percezioni di insicurezza delle comunità, soprattutto quelle minoritarie, che spesso rappresentano i punti di ingresso per nuove ondate di instabilità o interferenze esterne.

In definitiva, la Siria si trova oggi davanti a un’opportunità reale ma fragile: una “nuova fase” che richiede visione politica, cautela operativa e il coinvolgimento sincero degli attori locali e internazionali. Costruire una pace duratura non significa solo fermare le armi, ma rimuovere le cause profonde del conflitto: esclusione, disuguaglianza e mancanza di rappresentanza. Su questo terreno si giocherà il futuro del Paese.

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