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Sono più i punti di contatto delle distanze fra Roma e Parigi, e il vertice bilaterale di Napoli ne è la prova incontrovertibile, spiega a Formiche.net Ferdinando Nelli Feroci, presidente dello Iai (Istituto affari internazionali), già rappresentante permanente dell’Italia presso l’Ue.

Ambasciatore, questo vertice è arrivato dopo due anni difficili.

Molto difficili. Con lo scorso governo si è arrivati ai minimi storici nei rapporti bilaterali. Oggi si riparte, a dimostrazione che lo spessore dell’amicizia fra Roma e Parigi non è mai cambiato. In un momento di emergenza sanitaria per il coronavirus, in cui l’Italia rischia l’isolamento internazionale, il fatto che Macron abbia confermato la visita e sia sceso per le strade di Napoli è un segnale di grande amicizia.

Le distanze però restano su più fronti, a partire dalle politiche Ue.

Nessuno nega i problemi, anche se non è dal fronte europeo che arrivano quelli più gravi. Qui, anzi, ci sono tante convergenze utili e necessarie.

Ad esempio?

Le politiche migratorie. È vero, ci sono state divergenze, e anche episodi spiacevoli, come il respingimento di uomini al confine italo-francese, ma oggi entrambe le parti remano nella stessa direzione per una modifica della normativa europea. Poi c’è il tema del bilancio. Anche la Commissione ormai ha riconosciuto che le politiche pro-cicliche degli ultimi anni hanno aumentato il rischio di una recessione, e sia Italia che Francia hanno interesse a un cambio di marcia.

Poi c’è la politica estera, il Nord-Africa, la Libia. E qui nascono i dolori…

Vero, la crisi in Libia si è spesso trasformata in una crisi italo-francese, minando alla base la capacità dell’Ue di assumere una qualsiasi iniziativa.

Perché? Troppi blitz e niente gioco di squadra?

Anche l’intervento del 2011 partì da un’iniziativa francese cui l’Italia si accodò senza grande entusiasmo. L’errore originario fu non avere un piano per il dopo-Gheddafi. L’aperto sostegno di Macron ad Haftar nelle ultime fasi non ha facilitato un punto di incontro. Ma in questo caso c’è più di una via d’uscita. Come la missione navale europea a difesa dell’embargo di armi, che segnala la ripresa di un’iniziativa comunitaria dopo anni di inerzia.

C’è un’altra missione navale di cui si è discusso a Napoli. Andrà in scena nello Stretto di Hormuz.

L’adesione italiana è un gesto importante, che rafforza i legami con la Francia e aumenta il presidio di una zona cruciale per gli interessi strategici ed economici europei, ma ci sono partite più decisive. La Francia ci ha chiesto aiuto nel Sahel, dove nonostante un dispiegamento notevole di uomini la situazione è gravemente deteriorata, con un ritorno del terrorismo e delle faide tribali. La mano tesa del governo italiano può scrivere una nuova pagina nei rapporti con l’Hexagone.

Veniamo a un altro dossier che è stato protagonista a Napoli: l’industria.

Sarò troppo ottimista, ma anche qui voglio vedere il bicchiere mezzo pieno. A dispetto delle conclusioni della Commissione, che deve vigilare sul rispetto della concorrenza, sulla vicenda Fincantieri-Stx mi sembra che i governi francesi e italiano siano favorevoli alla joint venture.

Quindi i problemi nascono dalla Commissione Ue?

Non è da oggi che Francia e Italia chiedono alla Commissione di allentare la morsa dell’Antitrust. Lo hanno fatto mesi fa i rispettivi ministri dell’Economia con una lettera che chiedeva a Bruxelles l’aggiornamento delle regole sulla concorrenza e su fusioni e acquisizioni. Oggi c’è stato un passaggio successivo, con i ministri dello Sviluppo economico italiano, francese e polacco che hanno inviato una missiva simile alla Commissione.

Un ruolo non secondario nella tenuta dei rapporti con i francesi è stato ricoperto dal Quirinale. Perché il Colle ci tiene tanto a Parigi?

Perché il Quirinale è da sempre garante delle alleanze storiche del Paese, e quella francese è una di queste. Il presidente Mattarella ha sempre ricucito gli strappi e continua a vigilare sui rapporti di bilaterali. Ne ha dato prova scegliendo di partecipare in prima persona al vertice fra i due governi. Devo dire che con questo governo, a differenza di quello precedente, il lavoro di cucitura del Colle, fortunatamente, è meno urgente.

Sullo sfondo del vertice c’è il Trattato del Quirinale. Non rischia di essere visto come uno smarcamento dalla Germania?

Non credo sia questo l’intento, anzi. L’Italia ha interesse a coltivare i rapporti bilaterali con Parigi e Berlino su due piani paralleli, non vedo conflittualità. Quanto al Trattato, ci vuole ancora del tempo per definirne i contorni, e comunque si tratterà di un contenitore all’interno del quale saranno inserite indicazioni programmatiche per la collaborazione nei vari settori.

Chiudiamo sugli Stati Uniti, alleato storico italiano con cui la Francia di Macron si è più volte trovata ai ferri corti. C’è secondo lei da parte dell’Eliseo l’intenzione di conquistare alla propria causa anche Palazzo Chigi?

Io penso piuttosto che l’avvio di un confronto fra Italia e Francia sui rapporti da instaurare con gli Stati Uniti, per quanto possibile su un piano paritario, sia una buona notizia, perché permette di plasmare un approccio europeo sulle grandi questioni che chiamano in causa Washington. Di frizioni con l’alleato d’oltreoceano ce ne sono state diverse da parte francese, penso alla Nato e alla tassazione dei giganti hi-tech americani, ma anche l’Italia ha avuto le sue. La differenza è che noi cerchiamo di non farlo emergere con evidenza, i francesi non si fanno troppi problemi ad alzare la voce, in omaggio a una consolidata e sempreverde tradizione gollista.

La Francia? È un alleato strategico (nonostante tutto). Parla Nelli Feroci

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