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Novembre. La giornata internazionale dei diritti dell’infanzia (20 novembre) e quella contro la violenza nei confronti delle donne (25 novembre) ricordano ogni anno tra le realtà più agghiaccianti della nostra società. I dati parlano da soli: in Italia la violenza di genere ha colpito sei milioni e 700mila donne (fonte Istat), di cui l’80% nel luogo che dovrebbe essere calore e rifugio, cioè nelle mura domestiche. Nel 2018, i maltrattamenti, in casa, denunciati sono stati 17.453, il valore più alto dell’ultimo quinquennio (più 11,77%).
Vite distrutte, segnate. O vite cancellate per sempre.

Una violenza che non ha uno status economico, né un livello culturale. Il corpo della donna bersaglio di un paradigma maschilista che vuole minare qualsiasi libertà femminile.

II femminicidio è il dramma di tante vittime. Le donne uccise brutalmente sono state una ogni 72 ore nel 2018, 115 nel 2017 (fonte Istat). Secondo il rapporto Eures, 142 le donne uccise, in Italia, nel 2018, mai in percentuale così alta (40,3%). In soli 5 anni, 500mila minori hanno assistito a violenza domestica ai danni delle loro mamme, secondo una stima di Save the Children. Un fenomeno ancora sommerso, la “violenza assistita”, che rappresenta la seconda forma di maltrattamento più diffusa sull’infanzia. E poi ci sono i nonni e i parenti più prossimi, distrutti da un dolore inaccettabile.

Oggi siamo ancora qui ad interrogarci su cosa sia possibile fare per evitare ancora nuovi drammi. Nonostante le leggi e il “codice rosso”.
Una giusta prospettiva, quella di WeWorld Onlus: la violenza sulle donne e sui loro figli ha un filo comune e per affrontare il fenomeno occorrono strumenti adeguati, in una “visione d’insieme” e con un approccio culturale unitario.

Tre le proposte di prevenzione: aiutare le famiglie con interventi congiunti su genitori e figli per cambiare “atteggiamenti culturali e sociali interiorizzati”; istituzione di un fondo specifico per favorire “la collaborazione tra pubblico e privato sociale, fra enti erogatori e territorio, fra le associazioni”; infine, l’azione della scuola “per sensibilizzare i giovani sul rispetto delle differenze, insistere sulla parità di genere, coinvolgendo anche gli insegnanti e le famiglie”.

Una violenza definita “indiretta”, quella subita dai minori vittime dei femminicidi. Una violenza che, pur in assenza di segni fisici, lascia tracce devastanti e indelebili per l’esistenza. Testimoni, talvolta in età infantile, di conflitti di cui non comprendono le dimensioni, i ragazzi convivono con un senso di vergogna, di emarginazione, di paura mista a rabbia e mortificazione. A volte si sentono persino responsabili delle atrocità. Vivono un trauma che li ha privati del diritto all’infanzia, introducendo elementi di instabilità nel percorso di crescita. Abbandonati fisicamente ed emotivamente, sono dunque oggetto di un “danno invisibile” di difficile rilevazione, negato, sottovalutato. Oggi, tuttavia, la violenza assistita è considerata una “violenza primaria”, equiparabile ad un abuso diretto.

In questo mese di novembre, diamo una carezza virtuale, anche attraverso i social, per alleviare la solitudine e il dolore di circa 2000 minori, privati di tutto. Di sogni, di amore, di casa, di “normalità”. Forse, per comprendere com’è davvero la violenza, bisogna averla provata. Forse, per comprendere quanto sia doloroso essere orfano, bisogna averlo vissuto.

Quando non hai un genitore da bambino, anche per cause naturali, sei naufrago per la vita. Tutto quello che accade è scandito da questa mancanza, da quella parte del cuore che non riesce a battere. Un senso di vuoto incolmabile. Ma se è la violenza che ti ha strappato la mamma e ne hai visto lo strazio del corpo, di quella mamma che ti ha dato la vita e che scaldato con il proprio calore ogni attimo vissuto insieme, quali rimedi?

Non solo in questo mese di novembre, creiamo una rete tra noi donne, sosteniamo con determinazione la parità di genere, aderiamo ad ogni iniziativa per promuovere una cultura che abbatta stereotipi che vogliono l’uomo padrone della vita della donna. Cerchiamo la solidarietà anche maschile, perché gli uomini non violenti escano dal silenzio. Impariamo a gestire le sconfitte, insegniamolo ai ragazzi, ai giovani, per il pieno rispetto della persona, affinché una separazione, un rifiuto non siano vissuti come un inaccettabile fallimento, soprattutto nel contesto familiare in cui l’uomo crede di poter esercitare un’indiscussa autorità.

Pensiamo concretamente alle vittime “invisibili”. A ferite del corpo e dell’anima che rischiano di essere ignorate. Sono necessari fondi adeguati per sostenere gli orfani dei crimini domestici. Per ora, non sono bastate tre leggi, mancano i decreti attuativi per assicurare assistenza medica e psicologica, orientamento e sostegno a scuola e nell’inserimento al lavoro.

Misure concrete e non solo “carezze” per anime ‘”sopravvissute” ad un’inaudita ed ingiusta violenza che chiedono, in silenzio, l’aiuto di tutti.
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Femminicidi, una carezza per gli orfani nella giornata contro la violenza sulle donne

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