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Un traguardo straordinario: la durata record. Una serie di azioni mirate come pezzi di un puzzle: si veda il decreto Primo Maggio e l’occupazione ai massimi. Con una regia precisa: programmazione e credibilità (interna ed esterna). Così la ministra del Lavoro Marina Calderone, di ritorno dal business forum in Egitto, affida a Formiche.net un’ampia riflessione sui quattro anni di vita del governo Meloni, provando ad andare oltre le celebrazioni. Perché accanto a numeri, dati e obiettivi raggiunti, la titolare del welfare mette l’accento su un passaggio nevralgico: risultati verificabili e una visione pronta per i prossimi cinque anni.

Perché il Governo Meloni è riuscito a tagliare, indenne, il traguardo dei quattro anni di vita?

Perché è nato da un mandato popolare chiaro e lo ha trasformato in una linea politica riconoscibile. Non sono mancati crisi internazionali, tensioni economiche e passaggi complessi, ma la maggioranza è rimasta coesa attorno a una visione: stabilità, responsabilità nei conti, difesa dell’interesse nazionale. Giorgia Meloni ha dato al Governo una guida autorevole e all’Italia un peso internazionale maggiore. La durata, però, conta se permette di programmare e realizzare le riforme. È ciò che abbiamo fatto, senza inseguire il consenso del giorno dopo.

Quali i maggiori meriti e dove migliorare?

Il primo merito è avere restituito fiducia all’Italia e credibilità alle istituzioni. Sul lavoro abbiamo superato una cultura meramente assistenziale, rimettendo al centro attivazione, formazione e autonomia. I risultati sono evidenti: occupazione ai massimi, disoccupazione scesa al 5,8 per cento, crescita del lavoro stabile, aumento dell’occupazione femminile e giovanile. Non rivendichiamo miracoli, ma l’efficacia di una direzione coerente: riduzione del cuneo, incentivi alle assunzioni, riforma del Reddito di cittadinanza, Assegno di inclusione, supporto per la formazione e il lavoro, Siisl e sicurezza. Dobbiamo migliorare sul disallineamento tra competenze richieste e disponibili, sulla partecipazione delle donne, sui divari territoriali e demografici e sulla produttività, da cui dipende una crescita strutturale delle retribuzioni. E rendere semplice l’incontro tra chi cerca lavoro e chi non trova lavoratori.

Il Governo italiano è pioniere in Ue nella strategia per governare e non subire l’impatto dell’Intelligenza artificiale sul lavoro. Con quali modalità e obiettivi?

La nostra scelta è chiara: l’intelligenza artificiale deve essere al servizio della persona, senza sostituirne dignità, responsabilità e capacità decisionale. L’Italia è stata tra i primi Paesi europei a dotarsi di una disciplina organica e ha portato nel G7 un approccio antropocentrico. Significa anticipare le trasformazioni, valutarne l’impatto su professioni e competenze, accompagnare imprese e lavoratori e garantire trasparenza nell’uso degli algoritmi.

Agiamo su più livelli: Osservatorio sull’adozione dei sistemi di IA nel lavoro; formazione e riqualificazione, anche con il Fondo nuove competenze; impiego responsabile della tecnologia nei servizi pubblici. Siisl integra domanda, offerta e formazione; AppLI accompagna i giovani nell’orientamento e nella ricerca di occupazione. Non vogliamo conservare ogni mansione così com’è, ma tutelare le persone nelle transizioni, creare opportunità e impedire che l’innovazione produca nuove disuguaglianze.

Il Decreto Primo Maggio ha contrastato i contratti pirata e rimesso al centro i sindacati. Lavoro e contrattazione non erano una priorità della sinistra?

Avrebbero dovuto esserlo. Noi siamo passati dalle dichiarazioni agli strumenti concreti. Abbiamo affermato un principio semplice: risorse pubbliche, benefici normativi e sostegni non possono premiare chi comprime il costo del lavoro applicando trattamenti inferiori a quelli dei contratti collettivi comparativamente più rappresentativi. È la nostra idea di salario giusto: non una cifra isolata per legge, ma il trattamento economico complessivo della buona contrattazione, che comprende minimi, tredicesima e quattordicesima, Tfr, welfare, permessi, formazione, sicurezza e tutele normative. Contrastiamo così il dumping senza indebolire il pluralismo sindacale né sostituirci alle parti sociali. Anzi, riconosciamo la rappresentanza e restituiamo centralità alla contrattazione di qualità. La tutela del lavoro non appartiene per diritto ereditario a una parte politica: appartiene a chi la rende effettiva.

Come state impostando l’ultimo anno di legislatura? A quali progetti lavorate per l’eventuale Governo Meloni II?

Al ministero del Lavoro non consideriamo l’ultimo anno una passerella elettorale, ma un anno di impegno per costruire ulteriori passi da compiere. Dobbiamo consolidare le riforme e completare i cantieri aperti: politiche attive, formazione, sicurezza, qualità del lavoro, inclusione, natalità e partecipazione femminile. Vogliamo fare di Siisl la piattaforma nazionale delle opportunità, rafforzare AppLI, anticipare i fabbisogni professionali e costruire un sistema permanente di aggiornamento delle competenze per l’IA.

Continueremo a lavorare sulla sicurezza, con prevenzione, formazione, controlli efficaci e responsabilizzazione delle imprese; sul salario giusto e sulla contrattazione; sull’invecchiamento attivo e sulla sostenibilità del welfare. Il progetto è un mercato del lavoro moderno e inclusivo, capace di offrire ai giovani non soltanto un posto, ma una prospettiva. Al Governo Meloni II penseranno gli italiani. Il nostro dovere è arrivare al loro giudizio con risultati verificabili e una visione pronta per i prossimi cinque anni.

Vi racconto i record (anche sul welfare) del governo Meloni. Intervista alla ministra Calderone

“Non rivendichiamo miracoli, ma l’efficacia di una direzione coerente. La durata? Conta se permette di programmare e realizzare le riforme. È ciò che abbiamo fatto, senza inseguire il consenso del giorno dopo. L’IA? Deve essere al servizio della persona, senza sostituirne dignità, responsabilità e capacità decisionale”. Intervista a Marina Calderone, ministra del Lavoro e delle Politiche sociali

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