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Piaccia o non piaccia, l’Italia è rinata politicamente unita dopo la Seconda guerra mondiale come Repubblica antifascista. Qualunque governo italiano, per governare legittimamente dentro l’ordine costituzionale nato nel 1945-48, deve accettare di essere repubblicano e antifascista. Piaccia o non piaccia, la Repubblica non è nata anticomunista: i comunisti furono progressivamente esclusi dal governo nella logica della guerra fredda, ma non posti fuori dalla legittimità costituzionale.

La Costituzione repubblicana non è stata rovesciata, i confini del Paese non sono cambiati, non è tornata la monarchia. Per questo nessun governo può mettere sullo stesso piano gli alleati anglo-americani e i partigiani da una parte, e i nazisti e i repubblichini dall’altra. Gli uni hanno vinto, gli altri hanno perso. Questo non significa cancellare i misfatti o gli errori dei vincitori, ma significa riconoscere la realtà storica e istituzionale da cui nasce l’Italia contemporanea.

I governanti possono avere avuto storie personali, culturali o familiari legate al fascismo, ma se governano Roma devono riconoscere i fondamenti antifascisti della Repubblica. Diversamente, bisognerebbe cambiare la Costituzione o rovesciare l’esito storico della Seconda guerra mondiale. L’antifascismo, in questo senso, non dovrebbe essere inteso come una bandiera di parte, ma come il riconoscimento minimo dei principi democratici e costituzionali su cui si regge lo Stato italiano: rifiuto della dittatura, della violenza politica come metodo di governo, delle leggi razziali, del partito unico.

Quando un governo o una parte politica mette in dubbio questi fondamenti, scuote le basi stesse dell’unità nazionale. Non è un segreto che nel 1943 la Gran Bretagna valutasse l’ipotesi di una nuova frammentazione della penisola. L’idea aveva una sua logica storica: la penisola italiana, prima dell’unità nazionale, era stata per secoli divisa in Stati differenti e spesso subordinata a potenze straniere. L’Italia unita, nei confini completati dopo la Prima guerra mondiale con Trento, Bolzano e Trieste, era allora una costruzione recentissima, che allora aveva appena 24 anni.

L’Italia, entro questi confini, è stata repubblicana più a lungo di quanto sia stata monarchica nella sua forma unitaria completa. Questo non significa demonizzare il passato prerepubblicano né idolatrare gli ultimi ottant’anni. Significa però avere coscienza del fatto che gli Stati vivono anche di memorie condivise e di legittimazioni simboliche. Se quelle basi vengono continuamente relativizzate o svuotate, la coesione nazionale si indebolisce.

Negli ultimi quarant’anni – cioè per metà della vita della Repubblica – molte élite locali e movimenti territoriali hanno alimentato diffidenze verso l’unità nazionale per ottenere vantaggi politici immediati, piccoli poteri locali o rendite elettorali. Si è spesso scherzato con simboli, identità e divisioni territoriali senza considerare il veleno che restava nel terreno culturale del paese. Oggi quel terreno è già fragile e scettico rispetto all’idea stessa di una comunità nazionale condivisa.

Per questo gli attacchi all’antifascismo cadono in un momento particolarmente delicato. In Europa centrale stanno riemergendo dinamiche storiche profonde. In Ungheria, ad esempio, il nuovo corso politico rappresentato da Péter Magyar punta a rafforzare il legame con Austria e con il cuore continentale europeo, allontanandosi dall’ambiguità dei rapporti con la Russia. È una scelta comprensibile e forse persino saggia. Ma ricorda anche quanto le grandi aree storiche europee abbiano una forza gravitazionale che ritorna nel tempo.

L’Impero austro-ungarico è stato per secoli uno dei centri di equilibrio dell’Europa continentale. L’unità italiana si affermò anche contro quell’equilibrio. Oggi l’integrazione europea riapre inevitabilmente relazioni storiche, economiche e culturali nell’area danubiana e alpina. Nelle regioni di confine italiane – Trento, Bolzano, Trieste – queste memorie non sono astratte: appartengono ancora alle storie familiari. I nonni di molti italiani del Nord-Est combatterono nell’esercito austro-ungarico prima di diventare cittadini italiani. Lo stesso Alcide De Gasperi fu deputato al Parlamento di Vienna prima di scegliere definitivamente la causa italiana.

La geografia e la storia hanno una forza di gravità che può diventare preponderante se non contrastata da altre forze. Questo non significa che esista oggi un reale progetto di smembramento dell’Italia. Sarebbe una semplificazione eccessiva. Ma significa riconoscere che le identità nazionali non sono eterne né automatiche. Esistono se vengono continuamente alimentate da istituzioni credibili, da una memoria comune e da una percezione reciproca di appartenenza.

Una nazione non si tiene insieme soltanto con la retorica patriottica o con il richiamo ai miti fondativi. Si tiene insieme anche garantendo la percezione di una giustizia sociale, fiducia nelle istituzioni, equilibrio territoriale e rispetto reciproco tra le diverse parti del Paese. Tuttavia nessuno Stato può sopravvivere a lungo se perde completamente il senso della propria legittimità storica.

Per questo il problema va oltre le polemiche quotidiane e le propagande del momento. La domanda vera è cosa tenga ancora insieme oggi l’Italia. Se il Paese rinuncia ai fondamenti repubblicani e antifascisti che ne hanno segnato la rinascita dopo il 1945, mentre crescono spinte territoriali, sfiducia reciproca e nuove dinamiche geopolitiche europee, rischia di indebolire sé stesso dall’interno.

Il Paese deve ritrovare una forma di unità civile e storica condivisa. Non un’unanimità forzata, non una memoria obbligatoria, ma almeno il riconoscimento comune delle basi democratiche e costituzionali che hanno reso possibile la convivenza italiana negli ultimi ottant’anni. Senza questo terreno comune, ogni frattura rischia di diventare irreparabile.

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