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“Ci sono delle divisioni fra noi, ma faremo in modo che non intacchino i rispettivi interessi nazionali”. Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, lo ha detto in modo chiaro. Per quanto sulla politica estera le divisioni con Mosca siano parecchie, i mutui interessi di Mosca e Ankara sono troppo grossi perché si mandi tutto a monte.

La motivazione ufficiale era quella di celebrare l’inaugurazione del Turkstream, la pipeline che porterà il gas russo nell’Europa dell’Est. Di gas però si è parlato poco e ancora meno si è festeggiato. Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan e il suo più grande alleato, Vladimir Putin, sono stati a colloquio in tutto quasi quattro ore. Il primo round prima dell’inaugurazione ufficiale del gasdotto, il secondo, a sorpresa, subito dopo. Mentre tutti iniziavano a recarsi nelle sale di Dolmabahce per i festeggiamenti, i due capi di Stato e i rispettivi ministri degli Esteri e della Difesa si sono chiusi nell’ufficio di Erdogan per un secondo round di confronto.

Un risultato concreto i due leader lo hanno portato a casa: hanno chiesto che domenica 12 alla mezzanotte inizi un cessate il fuoco, confermandosi i due maggiori attori su questo teatro. Nella dichiarazione congiunta, i due Paesi affermano di sostenere la sovranità, l’indipendenza e l’unità nazionale della Libia. Ma di fatto, si stanno comportando già come se l’avessero spartita fra di loro, creando ognuno dei due la sua zona di influenza, la Turchia in Tripolitania e la Russia in Cirenaica.

Ma la Libia non è stato l’unico argomento delicato di cui i due hanno discusso. La Siria rimane ancora un nodo delicato sullo scacchiere mediorientale e se una tregua in Libia sembra un obiettivo raggiungibile, la zona di Idlib rimane un punto molto delicato, dove le truppe russe e quelle fedeli al presidente Bashar al-Assad continuano a scontrarsi con i gruppi islamici fiancheggiati dalla Turchia. Una situazione che irrita Ankara non solo per le mire che Damasco nutre ancora sulla città nel nord della Siria, che garantirebbe ad Assad la vittoria della guerra, ma anche per le possibili conseguenze in fatto di flussi migratori incontrollati di siriani verso la Mezzaluna.

Infine, c’è l’Iran. Nonostante la morte di Qassem Soilemani sia stata accolta in modo molto diverso da Ankara e Mosca, il fatto che l’Iraq possa nuovamente destabilizzarsi non conviene a nessuna dei due, soprattutto alla Turchia che, anche qui, rischierebbe di essere meta di nuovi flussi migratori.

Nella dichiarazione congiunta si legge che l’attacco in cui ha trovato la morte il generale iraniano è stato un atto che mette a rischio la stabilità e la sicurezza nella regione e che lo scambio di attacchi non contribuisca a trovare una soluzione pacifica ai complessi problemi del Medioriente.

Una situazione alla quale si può porre rimedio solo con buon senso e privilegiando il dialogo diplomatico.

Erdogan e Putin si giocano la Libia, ma la Siria resta un problema

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