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Jerome Powell prova a fare il Mario Draghi d’America. E Donald Trump, che con il governatore della Federal Reserve ha un rapporto non certo idilliaco, può finalmente sorridere. Sono mesi che il capo della Casa Bianca chiede al numero uno della banca centrale americana di mettere in campo stimoli per il sostegno all’economia statunitense, a cominciare dal taglio dei tassi sui finanziamenti. Forse stavolta il messaggio è stato recepito, al punto che la Fed ha caricato e sparato quel bazooka reso celebre dall’ormai quasi ex governatore della Bce (qui l’articolo della scorsa settimana sulle ultime mosse di Draghi).

La Federal Reserve di New York ha infatti deciso di iniettare 75 miliardi di dollari nel sistema finanziario degli Usa al fine di prevenire una stretta al mercato monetario dopo che con un balzo dei tassi sulle operazioni di rifinanziamento a breve termine è volato fino al 10 per cento, il doppio rispetto alla forchetta di politica monetaria compresa fra il 2 e il 2,25 per cento. L’operazione avviene a ridosso della riunione del Fomc (Federal Open Market Committee, l’organismo della Federal Reserve incaricato di sorvegliare le operazioni di mercato aperto negli Stati Uniti) e che oggi dovrebbe annunciare un nuovo taglio dei tassi di interesse: è la prima volta dal 2008, cioè dagli anni delle crisi finanziaria che la Fed non metteva in atto operazioni di queste genere.

L’obiettivo della mossa della Fed è dare alle banche maggiore liquidità al fine di erogarla al sistema, calmando possibili impennate dei tassi. In buona sostanza, alleviare le tensioni improvvisamente sviluppatesi sui mercati monetari, nel costo dei finanziamenti a breve termine. Simili tensioni sono parse insolite agli operatori in questo momento, mettendo in dubbio la capacità della Fed di mantenere saldamente il controllo dei tassi interbancari, strumento della sua politica monetaria.

Diversi analisti hanno notato che sarebbero alcuni fattori tecnici ad aver causato il balzo dei tasso sui repo, le operazioni di rifinanziamento a breve termine con cui la Fed inietta liquidità in cambio di titoli forniti a garanzia: in particolare avrebbe pesato una richiesta elevata di cash da parte delle imprese in vista di scadenze fiscali. Dall’altra parte ci sarebbe stata difficoltà ad approvvigionarsi di treasuries, i titoli Usa che servono come collaterale (sorta di garanzia in cambio del denaro) per poter ricevere la liquidità. Ora gli occhi sono sul taglio dei tassi che valgono una riduzione di 25 punti base all’1,75-2%. Forse allora Trump sarà ancora più contento.

Powell fa come Draghi. Ecco il bazooka che piace a Trump

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