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La voragine di cui ha parlato Leone XIV sembra l’indicazione più chiara sui timori per il domani. Per parlarne prima che del domani occorre dire qualcosa sull’oggi.

Si potrebbe discutere a lungo se l’errore del regime khomeinista sia stato un errore ideologico o di natura imperiale, o entrambi. Infatti, sottovalutata in alcune ricostruzioni, c’è stata anche la sfida al progetto di pacificazione regionale che venne presentato nel 2002 da Abdullah d’Arabia Saudita al vertice della Lega Araba di Beirut. Questa proposta era centrata sulla pace regionale con i famosi due Stati, israeliano e palestinese. Quella pace a Tehran è apparsa confinarli ai margini della regione. In sede storica si potrebbe discutere se i khomeinisti temessero di essere messi ai margini, isolati dal resto del mondo e quindi di doversi “difendere preventivamente”, memori della guerra condotto contro di loro dall’Iraq a nome di tanti negli anni Ottanta. Di certo però hanno combattuto con tutti i mezzi a loro disposizione il progetto di pace, prima e dopo il piano di Abdullah: appare difficile negare che sia emerso un loro espansionismo imperiale, nel nome di un’ideologia totale, fondata su teocrazia ed esportazione della rivoluzione.

Il piano di Abdullah coincide con le prime voci sul progetto nucleare, la corsa a costruire le milizie filo-iraniane in Iraq, Siria, Libano, poi nello Yemen. La complessa questione dei confini, quella di Gerusalemme, richiedevano tempo, c’era anche l’uniformità sunnita dei vicini di Israele a costituire un problema da sciogliere.

Le difficoltà hanno fatto emergere il trionfalismo iraniano, asfissiante per gli arabi: Iraq, Siria e Libano erano diventati vassalli di Tehran. Il progetto degli ayatollah è così apparso accavallare due sogni trionfali: vendicarsi di Alessandro Magno che li respinse negli attuali confini, e conquistare l’Islam dalle sue sedi califfali di Damasco e Baghdad. Con l’operazione yemenita forse si puntava anche ai luoghi santi, La Mecca e Medina.

Ora il quadro è completamente cambiato, la sconfitta dell’asse della resistenza lascia dietro di sé il disastro epocale di Gaza, interminabile e quasi dimenticato, la questione della Cisgiordania, sempre più vicina a una possibile annessione, il Libano meridionale spopolato, la Siria meridionale delle frequenti incursioni, di espansioni strategiche e tattiche. Quanto profondo sarà il mutamento lo dirà il tempo.

Ma il discorso di Leone XIV potrebbe dirci che il dato odierno su cui puntare l’attenzione è l’ingresso in guerra diretto degli Stati Uniti. Il domani per Tehran è indecifrabile, per molti voci a loro collegabili è improbabile un cammino verso ipotesi democratiche. Queste voci iraniane l’hanno auspicato da anni, anche con costi personali rilevantissimi. Se si guarda al passato, come molti hanno osservato, i propositi di “regime change” sono tutti falliti: in Iraq, in Libia, nell’Afghanistan, nonostante spese ciclopiche nessun progetto, di stampo neocon, è riuscito.

Seppur guardata con timori, diffidenze, quella pace presupponeva una certa fiducia nell’elemento politico-etnico-confessionale sunnita, una scelta non facile dopo il trauma del 2001 e la persistente presenza – ormai quasi ovunque di opposizione -, del variegato Islam politico: che a Tehran invece governava nella sua forma khomeinsta, cioè teocratica. L’opzione sunnita non ha avuto la capacità di offrire una vera compartecipazione nel suo spazio, non solo la vecchia protezione da cittadini di seconda classe. Un passaggio provvisorio, non bastevole, ma un passaggio. La primavera del 2011 lo avrebbe potuto facilitare, ma il timore del contagio democratico la fece respingere dai più importanti regimi, il loro riformismo è solo dall’alto. L’America di Obama – che era già su una via pre-isolazionista come vorrebbe compiutamente essere quella Maga – non ritenne di potersi impegnare in tal senso.

Il prezzo che pagano arabi e iraniani è evidente: ma la scelta di Trump va letta anche fuori dal contesto regionale: spinge ad un multipolarismo aperto? Sembrano aprirsi molte praterie per Russia, Cina, India, Turchia. È questo il conflitto globale? I sauditi non hanno gli strumenti per proporsi come nuovo soggetto di tutela dello spazio che culturalmente o “culturalmente” a loro afferisce.

È molto difficile fare previsioni ma le forti parole del papa – la guerra che può farsi voragine, i popoli divorati dalle ingordigie – potrebbero suggerire il timore della fine di un impianto multipolare, della ricerca di soluzioni condivise per problemi comuni in una sede da tutti riconosciuta come l’Onu. Se è così si teme lo scenario di un mondo governato con il fai da te di multipolarismo da definirsi con le armi nel nome di tanti interessi? Si vede uno schema che ondeggia tra il pre pace di Westfalia e il post accordi di Helsinki? La pace di Westfalia pose fine alle guerre di religione, che infatti stanno tornando, gli accordi di Helsinki posero le basi per la Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa, che sono appassite e non rifioriranno prima che si definiscano le nuove aree di influenza, che Putin vuole cambiare molto di più che svenarsi per Khamenei. È questo definire il mondo nuovo in nuovi giardini il problema del nostro domani.

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