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La vicenda dell’Ilva di Taranto non rappresenta soltanto una pagina drammatica per l’economia industriale e il lavoro in Italia. Per come è maturata e si è evoluta, essa sintetizza emblematicamente la parabola di un periodo della storia politica italiana: l’ultimo decennio, caratterizzato dalla disarticolazione del bipolarismo “berluscocentrico”, dalla svolta “tecnica” segnata dal governo Monti e soprattutto dall’ascesa poderosa del Movimento 5 Stelle. La deindustrializzazione ormai terminale del Mezzogiorno, di cui il caso dell’industria siderurgica pugliese è uno tra gli esiti più dolorosi, è infatti la fine catastrofica del sogno “decrescitista” e “rousseauiano” veicolato da quello che in pochi anni è arrivata ad essere, nel 2018, la forza politica di maggioranza relativa nel parlamento italiano.

Se si vuole racchiudere in una formula la storia della formazione politica fondata da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, si potrebbe dire che essa è stata il catalizzatore di due violente correnti distruttive connesse alla profonda crisi di identità e cultura civile condivisa manifestatasi nella società italiana del dopo-guerra fredda: l’anti-politica e l’anti-economia.

La frustrazione radicale suscitata in ampi strati sociali dalla percezione di un paese alla deriva in balìa di poteri incontrollabili e di una globalizzazione “tossica” ha prodotto, nella teoria e nella prassi del M5S, da un lato un odio cieco verso la classe politica partitica e le strutture della rappresentanza in quanto tali – demonizzate come strutturalmente corrotte, criminogene, antidemocratiche – , dall’altro il rifiuto altrettanto cieco di ogni prospettiva di progresso economico e sociale fondato sullo sviluppo produttivo, sull’industria, sugli investimenti, sulla modernizzazione delle infrastrutture. Il mito dell’”uno vale uno”, della democrazia diretta in rete come antidoto alla “casta” è andato di pari passo con quello della “decrescita felice”, dell’”abolizione della povertà” attraverso la creazione di un ceto stabile di sussidiati statali, di un confuso ideale di prosperità fondato su tecnologie “liberatrici” dalle leggi del mercato.

Quando sull’onda del massiccio consenso popolare questi due miti sono diventati repentinamente cultura e programma di governo, essi si sono ben presto rivelati per quello che sono: pulsioni suicide, costitutivamente incompatibili con una società industriale avanzata occidentale.

Il fatto che la retorica “rousseauiana” si sia imposta in 2 successive coalizioni di governo di impronta opposta e speculare ha soltanto contribuito a degradare la dialettica politica italiana ancor più di quanto giù non fosse, e a gonfiare il risentimento di una parte maggioritaria della società, sfiancata da stagnazione economica e immobilismo decisionale.

La sistematica decostruzione della competitività complessiva del “sistema italia” attraverso il sabotaggio dell’industria e quello della governabilità ha molti padri, a destra e a sinistra, ma ha trovato nei 5 Stelle la sua incarnazione piena.

Non a caso, visti i risultati ottenuti, essa sta producendo, accanto all’incancrenimento della crisi economica e sociale, una “decrescita” elettorale e politica del movimento grillino tanto impetuosa e rapida quanto lo era stata la sua precedente ascesa. Sicché non stupisce che ormai i pentastellati sembrino poter sopravvivere soltanto come costola antisviluppista e giustizialista di una sinistra anch’essa in fatale crisi identitaria rispetto alla rivolta liberal-sovranista di massa.

Anti-politica e anti-economia. La parabola di M5S secondo Capozzi

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