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Quando leggo commenti e opinioni sugli attacchi politici e personali all’attuale governo – cosa del tutto legittima e scontata in un sistema democratico e in qualsiasi fase storica – non possiamo e non dobbiamo dimenticare il “trattamento” che ha subito la Democrazia Cristiana e, con essa, i suoi principali leader e statisti, nella una lunga, ricca e feconda esperienza politica e di governo.

Non lo possiamo dimenticare perché la sinistra che all’epoca individuava nella Dc l’obiettivo politico da abbattere in tutti i modi e con qualsiasi mezzo a disposizione – il Pci, innanzitutto, ma con il Pci tutti i gruppi dell’estremismo della sinistra extraparlamentare – trovava proprio in quel partito una roccaforte democratica e con un progetto politico che non era affatto facile da scalfire.

Certo, le stagioni politiche scorrono rapidamente e non possiamo tracciare confronti che sarebbero del tutto impropri ed inadeguati. Ma, almeno attorno ad un elemento, possiamo indicare un punto fermo. Ieri, come oggi, campeggia nella sinistra l’obiettivo di criminalizzare politicamente l’avversario/nemico politico. È una antica prassi che rientra a pieno titolo nell’identità della sinistra italiana.

Seppur nelle sue multiformi e diverse espressioni. Ma il dato politico, culturale e forse anche etico che separa la violenta contestazione di ieri con i cortei di oggi contro la maggioranza di governo è una sola. Anche se viene declinata con più elementi.

E cioè, la Dc era un partito che aveva una spiccata e profonda identità democratica.

La DC aveva una classe dirigente di straordinaria levatura e spessore, al di là della violenta ed aggressiva criminalizzazione che ha dovuto subire dall’intero mondo comunista per quasi 50 anni.

È sufficiente citare il “trattamento” riservato ad uno su tutti, Carlo Donat-Cattin, per rendersene conto. La DC aveva un radicamento sociale e popolare che non poteva essere scalfito dalle parole d’ordine che le venivano scagliate contro in tutte le piazze italiane.

La DC, infine, aveva un progetto politico, e di governo, che rifletteva il modo d’essere, le istanze, i bisogni, le attese e le domande di ampi ceti popolari, del ceto medio e di una vasta fascia di “popolo” che la portava ad essere una forza politica popolare, di massa, democratica, interclassista e realmente di governo.

Ed è proprio di fronte a questa considerazione, peraltro oggettiva e facilmente riscontrabile, che si può arrivare alla persin banale conclusione che la contestazione, anche la più violenta, è meno o per nulla credibile di fronte alla solidità di un progetto politico. E, ripeto, di governo.

E la Dc, anche se eravamo in tutt’altra stagione storica, aveva quelle caratteristiche politiche che le impedivano anche di fronte alle ripetute, reiterate ed insistenti contestazioni politiche – anche e soprattutto violente nelle mille piazze italiane – di essere emarginata, ridicolizzata o sconfitta.

Certo, ci sono stati alti e bassi legati alle singole politiche di quel partito ma la sua sconfitta ma non è mai passata attraverso la criminalizzazione politica messa in campo per svariati anni dalla sinistra italiana. Ed ha potuto resistere per quasi 50 anni per questa forza politica intrinseca ed oggettiva.

Ecco perché, e la lezione vale anche per l’oggi e vale, forse, per sempre, quando c’è un partito con una vera e riconosciuta classe dirigente e con un progetto politico credibile e radicato in un segmento di popolo, possibilmente maggioritario, non c’è criminalizzazione politica che possa averla vinta.

Ma, morale della favola, quelle caratteristiche politiche occorre averle e possederle e, possibilmente, saperle declinare concretamente e credibilmente.

Quegli attacchi alla Dc e la diversità rispetto all’oggi. Il commento di Merlo

Il dato politico, culturale e forse anche etico che separa la violenta contestazione di ieri con i cortei di oggi contro la maggioranza di governo è una sola: la Dc era un partito che aveva una spiccata e profonda identità democratica. La Democrazia Cristiana aveva quelle caratteristiche politiche che le impedivano anche di fronte alle ripetute contestazioni politiche di essere emarginata, ridicolizzata o sconfitta. Il commento di Giorgio Merlo

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