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Trattativa, a quanto pare, in salita. Le osservazioni nella lettera della Commissione europea al Documento programmatico di bilancio 2020, forse non daranno luogo ad un nuovo tormentone, viste le precarie condizioni dell’economia europea, ma non è certo una marcia trionfale. Nei giorni passati, il ministro Roberto Gualtieri, aveva lasciato intendere che la via era in discesa. Che il deficit di bilancio, concordato per il prossimo anno nei limiti del 2,2 per cento del Pil, fosse, in qualche modo, acquisito. A quanto sembra non è così. Si dovrà ancora trattare. Il viceministro all’Economia, Antonio Misiani, ai microfoni di Radio anch’io, cerca di rassicurare: “lettere di chiarimento sono state inviate a molti altri Paesi europei. E il tono della richiesta di chiarimento è lontano anni luce dalle letteracce dell’anno scorso che contestavano radicalmente l’impostazione della manovra gialloverde”. Per poi aggiungere: “Noi siamo riusciti invece a costruire una manovra espansiva che aiuterà l’economia italiana a ripartire ma lo abbiamo fatto rimanendo nel quadro delle regole europee, come dimostreremo, numeri alla mano, a Bruxelles”. Il fatto è che, almeno al momento, sono propri i numeri a non tornare.

Si spiega così la lettera di Bruxelles. “Il piano dell’Italia non è conforme ai parametri di riferimento per la riduzione del debito nel 2020”: questo un primo rilievo lapidario. Il deficit strutturale previsto, che prevede un peggioramento dello 0,1 per cento, contraddice la raccomandazione, in precedenza avanzata, di una sua riduzione pari allo 0,6 per cento. Per cui “questi elementi non sembrano essere in linea con i requisiti della politica di bilancio stabiliti dalla Commissione”. Per la verità nessun ultimatum. “Saremmo infatti lieti di ricevere ulteriori informazioni sulla composizione precisa del saldo strutturale”, scrivono ancora Pierre Moscovici, commissario uscente agli Affari economici, e Valdis Dombrovskis, vice presidente appena riconfermato, chiedendo maggiori chiarimenti sulle modalità di spesa previste nel Documento Programmatico. Informazioni che “ci aiuterebbero a capire se c’è un rischio di deviazione significativa” dal percorso di aggiustamento di bilancio che l’Italia si è prefissata di seguire.

Fin qui i contenuti di una lettera che rischia di gettare benzina sul fuoco nella polemica tra maggioranza ed opposizione. Ed alla quale il Presidente del consiglio, Giuseppe Conte, ha cercato di porre rimedio, menando un po’ il can per l’aia. “Lo spread si è ridotto – ha replicato – in questa ultima parte del 2019 e ci permetterà di risparmiare fino a 18 miliardi di euro portando a una riduzione del rapporto debito-Pil. Lavoreremo perché la riduzione dello spread sia ancora più significativa e i mercati possano credere ancora di più in noi”. Bene, infatti, l’auspicio. Che tuttavia non è una certezza. Ma comunque l’argomento c’entra poco con il dato dei “ragionieri” di Bruxelles che, per altro, hanno ben donde.

Dai quadri programmatici indicati nella Nota di aggiornamento del Def risultano alcune incoerenze. La previsione è che il debito (al lordo dei sostegni) scenda dal 135,7 al 135,2 per cento. Mentre quello netto – non considerando cioè i finanziamenti al vecchio Fondo salva Stati – dal 132,5 al 132. Dovrebbe essere la conseguenza di una crescita del Pil nominale dell’1,96 % e del deficit del 2,2. Che ci potrebbe anche stare, ma solo se il denominatore – vale a dire il Pil nominale – crescesse del 2,6 per cento. Altrimenti quel rapporto è destinato ad aumentare. La Commissione europea ha fatto i suoi calcoli e, in qualche modo, scoperto la magagna. Da qui la richiesta di chiarimenti, che dovrà portare, in seguito, all’eventuale accordo.

Si sta parlando di semplici decimali. De minimis non curat praetor (il pretore non si occupa di cose di poca importanza o di poco conto, ndr): almeno così dovrebbe essere. Se dietro quelle piccole variazioni non spuntassero le scarse ambizioni di una manovra che non è certo la cura che serve per un malato, come l’Italia. Che dal 1995 in poi si è sempre collocato agli ultimi posti delle classifiche internazionali, per quanto riguarda la crescita complessiva della sua economia. Male antico, quindi. Al quale si può provvedere solo con un programma di legislatura in grado di prendere “eventualmente” il toro per le corna. “Eventualmente”: poiché tutto ciò richiede una classe dirigente all’altezza dei compiti necessari. Cosa non facile. C’è infatti un deficit culturale, ancor prima che politico, che non è stato mai colmato.

Se si guarda alle tendenze di lungo periodo, l’Italia conobbe il suo più elevato tasso di crescita nel 1988, quando il Pil aumento del 4 per cento in termini reali. Secondo i dati del Fondo monetario, da allora il calo è stato progressivo, salvo quanto avvenne nel 2000, quando si risalì la china, con una crescita del 3,7 per cento. Tornano, quindi alla mente, le parole di Beniamino Andreatta, quando nel 1981, decise il divorzio tra il Tesoro e la Banca d’Italia. Si lamentò, in una famosa lettera, riferita esplicitamente ai socialisti, di essere circondato da “colleghi ossessionati dall’ideologia della crescita a ogni costo”. Quando era invece necessaria una politica di stabilizzazione finanziaria. Ebbene da allora le cose non sono poi cambiate. Il Pil non cresce in modo adeguato, i prezzi ristagnano, ed il rapporto debito/Pil non può che aumentare.

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