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La corsa alla Luna è ormai iniziata. L’accelerazione impressa dal presidente Donald Trump ai piani della Nasa per un ritorno sul satellite naturale entro il 2024 non ha lasciato indifferenti i competitor internazionali. Ad avere maggiori ambizioni è la Cina, che negli ultimi anni ha strutturato una tabella di marcia impressionante in ogni segmento spaziale. Ora, sul programma lunare Pechino trova la sponda di Mosca, che accetta una cooperazione alternativa a quella consolidata negli anni con l’Occidente sulla Stazione spaziale internazionale.

L’INTESA SUI PROGRAMMI

Dopo il via libera dei vertici politici a San Pietroburgo, dove il premier Dmitry Medvedev ha accolto l’omologo cinese Li Keqiang, l’accordo è stato siglato dal direttore generale dell’agenzia spaziale russa Roscosmos Dmitry Rogozin (lo stesso che ha registrato qualche problemino con gli americani) e il numero uno dell’equivalente cinese Cnsa Zhang Keqiang. L’intesa riguarda la collaborazione nel campo dell’esplorazione lunare, attraverso un reciproco contributo per la sonda orbitante russa Luna-26 e per la missione cinese Chang’e-7, che invece prevede l’approdo sul polo sud lunare. Entrambi i programmi sono previsti per la prima metà del 2020, e saranno comunque preceduti da un data center condiviso che le due agenzie si sono impegnate a realizzare con hub in entrambi i Paesi.

IL PROGETTO CINESE

Un annuncio relativo alla collaborazione tra Russia e Cina sui rispettivi programmi lunari era nell’aria da tempo. Sin dalla prima definizione del programma Artemis, gli Stati Uniti hanno chiarito la disponibilità ad accettare partner internazionali e alleati, ma sempre restringendo il campo ai Paesi occidentali (in alcuni casi addirittura della Nato). Da qui, la necessità russa di agganciarsi al treno cinese, ben avviato verso la Luna. A inizio anno (poco prima dell’annuncio Usa su Artemis) la sonda Chang’e-4 è stata la prima nella storia a essersi posata sul lato nascosto della Luna. Nell’ambito di quella missione, a maggio dello scorso anno, era partito il satellite Queqiao, necessario per garantire le comunicazioni tra la sonda e la Terra. Insieme a lui, era arrivato in orbita lunare anche Longjiang-2, un micro-satellite (47 chilogrammi) dotato di un avanzato rilevatore a onde ultralunghe per osservazione astronomica e di una fotocamera per immagini ad alta risoluzione della superficie del lato nascosto, immagini che in pochi possono vantare.

TRA FUTURO E PASSATO

Le prossime tappe sono ben definite. La missione Chang’e-5 partirà il prossimo anno con l’obiettivo di raccogliere e riportare a Terra campioni di superficie lunare. Era programmata per il 2019, ma i ritardi nello sviluppo del potente lanciatore Lunga Marcia 5 hanno costretto il rinvio. Il vettore potrebbe comunque già partire quest’anno, anche perché in parallelo corre spedito il programma Tiangong-3, il terzo palazzo celeste cinese, una stazione orbitante permanentemente abitata, che potrebbe essere operativa nel 2024 e il cui primo lancio è previsto nel 2020. Per la Luna, intorno al 2023 dovrebbe partire la missione Chang’e-6, anch’essa con l’obiettivo di raccogliere campioni di superficie (anche grazie al contributo francese), anticipando la Chang’e-7 che dovrebbe fare da apripista per il successivo arrivo di taikonauti e su cui ora collaborerà anche la Russia. Il progetto attuale prevede la creazione di una base di ricerca sul polo sud lunare, lo stesso identificato dagli Stati Uniti come punto di approdo del programma Artemis. In ogni caso, il programma cinese è tutt’altro che improvvisato. Nel 2007 e nel 2010 sono partite rispettivamente Chang’e-1 e Chang’e-2, con due sonde orbitanti intorno al satellite. Nel 2013, Chang’e-3 ha condotto sulla superficie un lander e un rover che, nonostante alcuni problemi di mobilità, ha operato per 31 mesi.

INTANTO, NEGLI STATI UNITI…

Osservatori interessati della nuova intesa tra Russia e Cina restano chiaramente gli Stati Uniti. L’amministrazione Trump ha dato una secca sterzata al programma esplorativo della Nasa, spingendola a una stretta sui tempi per riportare l’uomo (americano) sulla Luna nel giro di sei anni, per poi puntare verso il Pianeta rosso, capovolgendo così l’ordine delle priorità della presidenza targata Barack Obama. In più, the Donald ha riportato l’accento sulla competizione tra potenze. D’altra parte, se l’obiettivo è affermare l’America first oltre l’atmosfera, c’è poco spazio per un approccio collaborativo a tutto tondo, soprattutto con i due Paesi che gli Stati Uniti riconoscono quali principali competitor, Russia e Cina. Ciò vale ancora di più considerando la crescente militarizzazione dello Spazio extra-atmosferico, tra la Space Force di Trump e il nuovo comando spaziale di Emmanuel Macron.

I RISCHI PER TRUMP

L’allungo del presidente americano potrebbe comunque trovare qualche ostacolo a Capitol Hill. È ancora in discussione un aumento del budget Nasa specifico per il programma lunare. Intanto, come racconta SpaceNews, la scorsa settimana un certo scetticismo sul ritorno sul satellite naturale è emerso nella sottocommissione Spazio della Camera, che non ha previsto le nuove disposizioni richieste dall’agenzia per accelerare i lavori sui lander lunari. Nel frattempo, anche per evitare un aumento eccessivo delle spese, la Nasa ha già fatto ricorso a molteplici accordi con diverse aziende nella formula di “Space Act Agreements”. Si tratta di una modalità di collaborazione innovativa, già adottata dagli americani ma mai in maniera così corposa e strutturata. Non si prevede infatti alcun contratto né pagamento. Alle società private viene chiesto un contributo di ricerca e sviluppo, offrendo loro in cambio la possibilità di lavorare insieme agli autorevoli centri della prima agenzia spaziale al mondo. A farla da padrone, i grandi attori dello spazio a stelle e strisce: SpaceX, Blue Origin e Lockheed Martin.

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