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Nei regimi democratici la politica è figlia delle leggi elettorali, c’è poco da fare. L’uso degli sbarramenti, la possibilità di esprimere o no preferenze tra candidature concorrenti piuttosto che tra liste bloccate, l’entità dei premi di maggioranza, la stessa natura, maggioritaria o proporzionale del sistema in vigore, la presenza o meno di ballottaggi, sono elementi che alterano in modo profondo uno stesso risultato in termini di voti assoluti espressi dalle urne. Tanto per fare un esempio d’oltreoceano ( così non si offende nessuno quaggiù nel Mediterraneo), se il sistema americano per l’elezione del presidente fosse stato proporzionale e ad elezione diretta invece che maggioritario ed espresso dai grandi elettori, Trump sarebbe risultato sconfitto dalla Clinton e non per poco: i voti dati alla candidata dal popolo votante, infatti, furono circa tre milioni in più.

Chiarito questo punto, cerchiamo di capire, fuori da pregiudizi ideologici e idiosincrasie personali, che cosa sta succedendo in queste ore sulla scena pubblica italiana. Si va verso un Conte bis, con uno scenario fortemente modificato rispetto al Conte 1, per via della presenza del Pd, maggiore partito di opposizione fino a ieri, al posto della Lega, che si appresta a diventare il maggiore partito di opposizione da oggi. Questo interessante esempio di sliding doors all’italiana, che può apparire come il manifesto della politica cinica, in linea di continuità con il pensiero che la vulgata ha attribuito nel corso dei secoli all’inventore della moderna scienza politica, tale Machiavelli, in realtà è un pargolo diletto della legge elettorale vigente. Le elezioni dello scorso anno, infatti, produssero un risultato senza possibilità di creare governi omogenei. Il 32,7% dei 5 Stelle non garantiva una maggioranza parlamentare, e neanche la somma dei voti delle destre (35,7) o quella del Pd+ Leu (22,1%), ammesso che questi ultimi si ritrovassero dalla stessa parte. Si trattava, peraltro, di tre polarità fra loro alternative, con un contenuto di vicendevole altissima conflittualità. Il popolo non aveva, dunque, dato nessuno specifico mandato per il governo, ma solo indicato preferenze incompatibili fra loro nel mercato elettorale.

Che fare, allora? O un governo tra diversi o il ritorno alle urne. Col rischio, però, di riprodurre, con quel sistema elettorale, una medesima condizione di ingovernabilità. Dopo una lunga e pirotecnica trattativa, più coerente con le commedie di Edoardo piuttosto che con la prassi parlamentare, si giunse (dopo tre mesi di tira e molla) al governo gialloverde. E chi dice che era quello voluto dal popolo o è il più ignorante o il più falso del mondo. A ferragosto Salvini rompe il patto, pensando probabilmente di colpire e affondare con l’aiuto dell’afa e della distrazione generale. Ma la seconda delle tre polarità in campo, cioè il Pd, trova l’intesa per un governo con i Cinque Stelle, chiedendo che i contenuti programmatici siano in linea di discontinuità. Cinismo, opportunismo, corsa verso il governo? Certo. Ma si è mai vista in natura una politica che non sia cinica, che non si muova cogliendo le opportunità, che non punti al governo? No. Perché oltretutto non sarebbe più politica ma esercizio teorico. Il punto vero è rappresentato dall’orizzonte verso cui si muove, che non può, ovviamente, essere quello dell’autoreferenza ma del bene comune. Un nuovo governo oggi è necessario, per impedire l’esercizio provvisorio, tenere lontana l’aggressione dei mercati, fare la legge di stabilità, impedire l’aumento dell’Iva e cambiare quella legge elettorale che genera instabilità, perché non si può tornare al voto con un sistema che riprodurrebbe la stessa condizione di ingovernabilità. Fatte queste cose fondamentali si potrà andare alle urne, sicuri che alla fine ci sarebbe una maggioranza che andrebbe ad assumersi le responsabilità dovute al cospetto del popolo.

Phisikk du role - Elogio del cinismo in politica

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