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La guerra in Medio Oriente ha riportato al centro del dibattito europeo una questione strutturale: la vulnerabilità del sistema energetico fondato sui combustibili fossili. Il conflitto e le tensioni lungo le principali rotte marittime, in particolare nello Stretto di Hormuz, hanno mostrato come la dipendenza da petrolio e gas non sia solo un tema economico o ambientale, ma un fattore di rischio strategico.

I choke point energetici – da Hormuz a Bab el-Mandeb, fino al Canale di Suez – rappresentano snodi critici per il commercio globale. La loro eventuale interruzione, anche temporanea, è sufficiente a generare shock immediati sui prezzi e a produrre effetti a catena sull’intero sistema economico. L’attuale crisi lo conferma: la volatilità dei mercati energetici non è un’eccezione, ma una caratteristica strutturale di un sistema esposto a dinamiche geopolitiche sempre più instabili.

È in questo contesto che si inserisce la risposta europea. La Commissione e gli Stati membri stanno accelerando sulla diversificazione delle fonti e, soprattutto, sulla transizione verso le rinnovabili. L’obiettivo è chiaro: ridurre la dipendenza da fornitori esterni e aumentare l’autonomia energetica del continente.

Tuttavia, questa impostazione presenta un limite evidente. L’equazione secondo cui una più rapida transizione alle rinnovabili si tradurrebbe automaticamente in maggiore autonomia strategica è solo parzialmente corretta.

Se da un lato le energie rinnovabili riducono l’esposizione ai rischi geopolitici legati agli idrocarburi, dall’altro aprono un nuovo fronte di dipendenza. Le tecnologie che rendono possibile la transizione – pannelli solari, batterie, componenti per le reti elettriche – sono oggi in larga parte prodotte e controllate dalla Cina. Pechino ha costruito negli ultimi anni una posizione dominante lungo l’intera filiera industriale della transizione energetica, dalla produzione di materie prime lavorate fino alla manifattura su larga scala.

Questo squilibrio introduce un dilemma strategico per l’Europa. Ridurre la dipendenza dai combustibili fossili provenienti da aree instabili non significa necessariamente raggiungere una piena autonomia. Il rischio è piuttosto quello di sostituire una dipendenza con un’altra, spostando il baricentro da fornitori energetici tradizionali a catene del valore tecnologiche concentrate in un unico attore.

La guerra ha quindi un doppio effetto. Da un lato accelera la necessità della transizione energetica, rendendo evidente l’insostenibilità strategica del modello fossile. Dall’altro rafforza, almeno nel breve e medio periodo, la posizione di chi domina le tecnologie del post-fossile.

Per l’Unione Europea, la questione non è più soltanto “quanto velocemente” procedere nella transizione, ma “come” farlo. Senza una strategia industriale e tecnologica in grado di sostenere la produzione interna e diversificare le catene di approvvigionamento, la transizione rischia di tradursi in una nuova forma di vulnerabilità.

In questo senso, la sicurezza energetica del futuro non dipenderà solo dalla disponibilità di energia pulita, ma dal controllo delle tecnologie che la rendono possibile. Ed è su questo terreno che si giocherà una parte decisiva della competizione geopolitica nei prossimi anni.

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