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I toni sono (o sembrano) violenti. Sabato 11 maggio, alla rottura della trattativa, il Quotidiano del Popolo di Pechino ha dedicato la prima pagina un articolo intitolato “Gli Usa hanno mal giudicato la capacità e la volontà dei cinesi di rispondere alla loro aggressione”. Il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha risposto da Londra che la Cina è una nuova sfida al mondo occidentale: una potenza autocratica inserita in Occidente come mai lo è stata l’Unione Sovietica. Ciò spiega anche perché Washington abbia risposto con freddezza, e stizza, agli abbracci tra Roma (potenzialmente una quinta colonna) e Pechino. Negli Usa, l’Fbi sta indagando sulle ricerche di studiosi in America in tema, specialmente, di nuove tecnologie. Il Dipartimento della Giustizia sta esaminando possibili casi di spionaggio industriale. E via discorrendo. A Pechino si risponde per le rime.

Come già sottolineato su Formiche.net il bandolo della matassa non sono tanto le importazioni e le esportazioni quanto gli investimenti dei due Paesi ed i sussidi di Stato. In materia di investimenti esteri in Cina, Pechino sta modificando la normativa in base alla quale chi opera in quello che fu il Celeste Impero devo informare le autorità sui propri processi produttivi, dischiudendo, così, i propri segreti industriali.

Tuttavia, da un lato, le Province hanno ampi margini di autonomia in materia e, da un altro, in ogni azienda (pubblica e privata) c’è una cellula del Partito Comunista, il quale è al di sopra della legge. Per quanto riguarda gli investimenti cinesi all’estero, uno studio recentissimo della Università Ludwig Maximilian di Monaco e della Università Jiao Ting di Shanghai (CESifo Working Paper No.7585) analizza come le imprese pubbliche e private di Pechino mirino ad aziende anche poco redditizie e molto indebitate (da comprare a basso prezzo) purché con molti brevetti nel loro portafoglio.

Molto complicato ed opaco il quadro relativo ai sussidi diretti ed indiretti anche perché sono in gioco non solo le Province ma anche numerosi enti locali. Il tema è, poi, argomento di serio scontro interno in Cina. Ci sono riformatori come il presidente dell’istituto di previdenza cinese Lou Jiwei che dichiarano anche alla stampa di considerarli “sprechi” dei soldi dei contribuenti. Sono, però, un pilastro dell’architettura del potere politico. E, quindi, difficili da smantellare.

Un negoziato bilaterale sui sussidi rischia di durare anni e non avere conclusioni condivise. A mio avviso, sarebbe preferibile portare la matassa all’Organizzazione mondiale del commercio (Omc). È vero che Usa e Cina interpretano in modo diametralmente opposto gli articoli dell’Omc. Ma l’Organizzazione ha, tramite i suoi panel, un’importante funzione giurisdizionale, oltre che di mediazione.

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