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Con i volti ancora tesi per le distanze sul dossier Tav, Conte, Di Maio e Salvini sono arrivati al Quirinale per incassare le chiare indicazioni del presidente della Repubblica Sergio Mattarella sui temi più caldi della Difesa nazionale. Sull’Afghanistan, nessuna ipotesi di ritiro può prescindere dall’intesa e dal coordinamento con alleati e partner, compreso il governo locale. Per l’F-35, come per tutti i programmi di ammodernamento di lungo periodo, serve continuità politica e finanziaria. D’altra parte, in gioco ci sono le capacità operative delle Forze armate, i risvolti industriali e occupazionali per il sistema-Paese e una buona fetta della credibilità internazionale.

LA RIUNIONE AL QUIRINALE

Rispetto alla riunione dello scorso ottobre, la prima per l’esecutivo giallo-verde, il comunicato finale del Consiglio supremo di Difesa è parso più puntuale su alcuni aspetti, pur nella sua (consueta) essenzialità. Se la Libia continua a essere in cima alla lista delle preoccupazioni, le perplessità del Quirinale sull’azione del governo su Afghanistan e programmi militari sono altrettanto evidenti e lanciano un messaggio forte, considerando il suo arrivo nel contesto istituzionalmente più rilevante per la Difesa nazionale. Tra l’altro, insieme a premier e vice premier erano seduti con Mattarella anche i ministri di Esteri Enzo Moavero Milanesi, Difesa Elisabetta Trenta ed Economia Giovanni Tria, oltre al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti.

IL MESSAGGIO SULL’AFGHANISTAN…

Per quanto riguarda l’Afghanistan, si legge nella nota del Quirinale, “è necessario seguire attentamente l’evolversi della situazione, con particolare riguardo agli sviluppi strategici e ai tentativi di dialogo tra i soggetti interessati”, a partire dai colloqui di pace tra Stati Uniti e Talebani. Un eventuale ritiro? Solo se in accordo con gli alleati e i partner. “Il Consiglio ha ribadito che qualunque decisione nazionale deve essere assunta in pieno coordinamento con gli alleati e con il governo afghano, garantendo comunque la sicurezza degli assetti impiegati in quel teatro e i risultati finora conseguiti”. Una linea già spiegata a più riprese dal ministro Trenta, la cui decisione di affidare al Comando operativo di vertice interforze (Coi) uno studio di pianificazione su un eventuale ritiro aveva comunque fatto discutere.

…E SULL’F-35

Per quanto riguarda la partecipazione italiana al programma F-35 è ancora in corso la “valutazione tecnica” promossa dal ministero della Difesa, il cui esito è atteso “per i primi mesi del 2019”. L’impegno attuale prevede un acquisto complessivo di 90 velivoli, già ridotto rispetto agli iniziali 131 con effetti ormai noti su ritorni industriali e peso politico. Eppure, l’incertezza sul tema regna sovrana da mesi, un’incertezza che non fa bene a un settore delicato e strategico come quello della Difesa. Così, il Consiglio supremo è intervenuto a sottolineare “il carattere di continuità, anche finanziaria, che deve necessariamente caratterizzare i programmi di ammodernamento che si sviluppano su orizzonti temporali particolarmente lunghi”. Un richiamo a certezza programmatica che mancava nella riunione dello scorso ottobre, e che sembra ereditare i mesi di preoccupazioni di esperti e addetti ai lavori su un budget per la Difesa evidentemente risicato e su alcuni programmi richiesti (F-35 in testa). Difatti, aggiunge la nota, “le limitate disponibilità finanziarie impongono di procedere, con celerità e determinazione, nel processo di razionalizzazione delle Forze armate, concentrando le risorse sulle capacità realmente necessarie per l’assolvimento dei compiti primari per garantire la sicurezza del Paese”, risolvendo (si legge tra le righe) lo sbilanciamento del budget a danno degli investimenti.

LE PROSPETTIVE PER IL PROGRAMMA

Sulla necessità dell’F-35 per le Forze armate non dovrebbero esserci dubbi, visto che le qualità e la centralità del caccia di quinta generazione nei moderni contesti sono state evidenziate da tutti i vertici militari auditi sul tema; sul velivolo l’Italia ha puntato per il futuro del proprio potere aereo. Anche sui ritorni industriali (tema più discusso) sembrano essersi dissolti i maggiori dubbi, considerando anche le prospettive di aumento del lavoro per il sito di Cameri (cuore della partecipazione italiana) con la crescita del programma internazionale. A ottobre ha aderito anche il Belgio, mentre i velivoli olandesi già vengono assemblati presso la Faco novarese già si assemblano i velivoli olandesi.

IL PESO DEL CONTESTO INTERNAZIONALE

Infine, c’è l’elemento della credibilità internazionale. L’F-35 non è solo un programma internazionale, ma una vera e propria “rivoluzione politico-militare” come l’ha definito il capo di Stato maggiore della Difesa Enzo Vecciarelli, che ieri ha debuttato al Consiglio supremo dopo l’avvicendamento di novembre con Claudio Graziano. Non è un segreto che per gli Stati Uniti il programma sia particolarmente importante, come evidenziato in quasi tutti gli incontri dei vertici politici italiani con gli omologhi d’oltreoceano. Dopo la recente missione del sottosegretario Giorgetti sarà a breve la volta di Luigi Di Maio, che segue pure le orme del sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo, delegato dal ministro Trenta sul tema.

LA COLLAZIONE DELL’ITALIA

E se la partecipazione all’F-35 assume anche un valore politico-strategico, il messaggio del Quirinale appare ancora più chiaro. Alle indicazioni sulla “continuità finanziaria” vanno infatti aggiunte quelle legata alle “criticità e incertezze dello scenario internazionale”, le quali impongono “di disporre di uno strumento militare moderno, efficace e pienamente integrato nella dimensione europea e transatlantica” (un avvertimento alla spregiudicatezza del governo in ambito internazionale di cui abbiamo parlato qui). Insomma, è importantissimo valutare e ponderare ogni programma e decisione, ma l’incertezza prolungata non fa bene al Paese. Sulla Difesa, è il messaggio arrivato dal Quirinale, non si scherza.

Su Afghanistan e F-35 non si scherza. Il messaggio (forte) dal Quirinale al governo

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