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Brexit o non Brexit, questo è il problema. Sembra che il fantasma di Amleto si sia impossessato di Westminster. La House of Commons ha nuovamente rigettato il Withdrawal Agreement, ripresentato dal governo, senza la dichiarazione di intenti sulle future relazioni che sarebbe tornata in aula separatamente nei prossimi giorni, poiché la sua approvazione entro il 29 marzo rappresentava la condizione per rendere effettiva la proroga fino al 22 maggio che era stata concessa dagli altri 27 membri dell’Ue.

Sono risultati decisivi i voti contrari del partito Unionista irlandese e di 34 ribelli Conservatives, nonostante sembrasse che il partito conservatore si fosse ricompattato nelle scorse ore quando la premier May, mostrando una grande tenacia nel sostenere l’accordo negoziato con l’Ue, aveva dato la propria disponibilità a dimettersi a seguito dell’approvazione del Withdrawal Agreement per ottenere il sostegno di quella parte di parlamentari Conservatives, in particolare quelli organizzati nell’European Research Group, che chiedevano che non fosse la May a condurre le trattative sulle future relazioni.

Ma questa nuova bocciatura del Withdrawal Agreement segue il nulla di fatto di mercoledì scorso quando negli Indicative Votes tenuti alla House of Commons nessuna delle otto alternative all’accordo presentate dai parlamentari ha ottenuto la maggioranza. E queste alternative comprendevano tutte le possibilità oggetto di dibattito nelle scorse settimane, dal No Deal, al referendum bis, alla revoca unilaterale dell’Art. 50, alla soft Brexit.

Sembrerebbe che in questo momento a Westminster non esista una linea, e forse neanche un’idea, su quello che bisogna fare per completare il percorso avviato con l’attivazione dell’art 50.

A questo punto se da Londra non arriverà una credibile proposta alternativa, il 12 aprile il Regno Unito lascerà l’Unione Europea senza un accordo, e sarà quindi Hard Brexit. E questo nonostante soltanto mercoledì Westminster abbia nuovamente votato contro questa possibilità.

In realtà queste ultime settimane ci consegnano il quadro di un parlamento britannico spaccato a metà rispetto a Brexit esattamente come spaccato a metà era stato l’elettorato nel referendum del 2016.

E se il referendum proponeva una scelta binaria, tra Leave o Remain, in parlamento sono presenti anche altre sfumature che, in un gioco di veti incrociati, hanno condizionato tutti i voti finora espressi.

I Conservatives, che pur nella loro maggioranza sono favorevoli a portare a compimento Brexit, risultano però divisi tra i sostenitore dell’accordo e i fautori della Hard Brexit, e i Laburisti che sono al loro interno divisi tra chi vorrebbe un nuovo referendum, chi vorrebbe un accordo diverso basato sostanzialmente sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione doganale con l’Ue, e chi preme invece per nuove elezioni generali.

A Westminster si terrà un nuovo dibattito e nuovi voti sulle diverse opzioni per cercare una via di uscita, che in questa situazione non appare scontata.

Lo scenario No Deal a questo punto non è più da escludersi.

Allo stesso tempo fonti del governo parlano di una premier decisa a continuare nella ricerca di sostegno all’accordo, sia tra i ribelli Conservatives che nel partito unionista irlandese.

Ma non è certamente da escludere la possibilità di un cambio di scenario, con la richiesta all’Ue di una proroga più lunga, che comporterebbe la partecipazione del Regno Unito alle elezioni europee, proroga da legare ad una nuova proposta che potrebbe essere rappresentata dal referendum bis, o da uno scenario soft Brexit quale ad esempio il cosiddetto modello Norvegia Plus con la permanenza del Regno Unito nello Spazio Economico Europeo e nell’Unione Doganale.

Non sono infine da escludere le dimissioni della premier più volte richieste dal leader del Labour Jeremy Corbyn.

La situazione si è ulteriormente avvitata, e segnali di tensione e crescente preoccupazione arrivano dai mercati e dai rappresentanti delle associazioni imprenditoriali.

Ancora una volta tutti gli occhi saranno puntati su Westminster.

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