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Esiste un rating della politica estera di ogni Paese ed è rappresentato dalla reputazione che il mondo attribuisce ad ognuno degli Stati sovrani. Più alta è la reputazione, più utili effetti si determinano sul piano delle relazioni diplomatiche ma anche su quello economico, finanziario, dell’influenza culturale e dei benefici sui cittadini, a cominciare da quelli che risiedono o che intrattengono relazioni con l’estero. In realtà proprio chi si colloca nel quadrante neoideologico “sovranista” dovrebbe guardare con molta attenzione alla reputazione internazionale del proprio Paese, proprio per rendere più salda la tutela degli interessi nazionali (Italia the first!).

Domanda: qual è la reputazione dell’Italia gialloverde nel mondo? La questione non è peregrina, perché è proprio sul fronte della politica estera – al netto degli sforzi diligenti e pieni di dignità istituzionale di Moavero – che l’Italia registra oggi i più clamorosi scostamenti dalla linea storicamente seguita. L’incidente con la Francia è solo l’ultimo episodio di una sequenza alquanto spiazzante dove è possibile rintracciare due sole costanti: la Russia e un vago sentiment anti-europeista. Tutto il resto sembra dettato da una estemporaneità sovrana che rispecchia l’ibridazione ideologico-programmatica che fece da atto fondativo del governo dei diversi.

La reputazione internazionale dell’Italia è deragliata sul Venezuela dove, inseguendo uno “chavismo de’ noantri”, proclamato da alcuni maître à penser del Movimento Cinque Stelle, ci siamo infilati in una specie di internazionale populista a difesa di Maduro che ci affratella, tra gli altri, con Erdogan e il solito Putin, mentre il resto del mondo occidentale guarda dall’altra parte. Il ruolo che per noi fu centrale nel Mediterraneo è scivolato sullo sdrucciolevole declivio della Libia, dove l’investimento toto corde su Serraj, leader perdente, si è rivelato un errore clamoroso che mette in crisi il protagonismo italiano nell’area, una volta riconosciuto dall’Ue, ma oggi ridimensionato anche dalle intemerate sulla chiusura dei porti ai migranti. Nel quadrante medio-orientale la posizione italiana sul ritiro delle truppe dall’Afghanistan si è persa nelle nebbie del diverbio tra ministero degli Esteri e ministero della Difesa, mentre non pare così limpida la posizione del nostro governo sulla decisione assunta dall’Ue intorno alle sanzioni americane sull’Iran.

In questa riscrittura mondiale della diplomazia italiana ad opera del nuovo governo la solidarietà offerta da suoi autorevoli esponenti ai gilet gialli è solo il cacio finale su un piatto di maccheroni già fumante e profumato di nuovo. Il profumo della Terza Repubblica. La reputazione di un Paese sul piano internazionale è la sua politica estera, la sua coerenza, la sua affidabilità, la capacità di mantenere gli impegni e di adempiere i patti. E l’Italia, da De Gasperi a Gentiloni, (e passando persino per Berlusconi), si è attenuta a pochi, ma saldi cardini che ne hanno costruito l’affidabilità internazionale: un atlantismo indiscusso ma che non ha significato subalternità all’alleato Usa, una vocazione Mediterranea rafforzata, a partire da Enrico Mattei, da rapporti di reciproca utilità con i Paesi produttori di petrolio, un europeismo senza se e senza ma che ci ha fatto protagonisti delle istituzioni e della politica del continente, la capacità di dialogo con la Russia, anche quando si chiamava Urss, senza ambiguità ed equivoci sulla scelta di campo dei governi italiani, una diplomazia da media potenza rispettata in tutto il mondo.

Gli ultimi sette/otto mesi hanno consumato il capitale reputazionale di settant’anni di politica estera dei governi democratici, proiettando sul piano internazionale l’effetto delle visioni divaricate di due soggetti politici nati come alternativi, l’enfatizzazione degli unici due punti di vera condivisione tra Lega e Cinquestelle rappresentati dall’euroscetticismo e dall’empatia con Putin, il protagonismo egolatra dei due vice presidenti, un certo provincialismo nel maneggio delle faccende internazionali, l’inconsapevolezza degli effetti boomerang che possono essere generati da una dichiarazione fatta da un ministro della Repubblica nell’esercizio delle sue funzioni di governo.

Nonostante l’impeccabile ruolo di garanzia internazionale svolto generosamente dal Capo dello Stato, e la sua intelligente diplomazia nell’area mediterranea ed africana, il rischio di un isolamento dell’Italia non è solo un argomento per i critici del governo. Modesta proposta: tra un caminetto e l’altro che ormai quasi settimanalmente la nostra Trimurti di governo (senza offesa: è l’essere supremo dell’induismo che si manifesta con tre divinità) allestisce per smussare qualche asprezza tra primedonne, si metta in agenda la politica estera. Così, giusto per capire in quale emisfero del mondo vogliamo portare questo nostro povero Paese.

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Phisikk du role - La politica estera della Trimurti

Esiste un rating della politica estera di ogni Paese ed è rappresentato dalla reputazione che il mondo attribuisce ad ognuno degli Stati sovrani. Più alta è la reputazione, più utili effetti si determinano sul piano delle relazioni diplomatiche ma anche su quello economico, finanziario, dell'influenza culturale e dei benefici sui cittadini, a cominciare da quelli che risiedono o che intrattengono…

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