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Si salva davvero poco. Per il Fondo monetario internazionale il governo gialloverde non ne sta azzeccando praticamente una e l’Italia fa ancora la parte del brutto anatroccolo. E così, alla vigilia della sforbiciata europea alle stime di crescita e mentre il decretone incassa in Parlamento gli appunti da parte delle istituzioni e delle associazioni (Bankitalia, Confindustria ma non solo), il Fondo monetario internazionale sferza l’Italia nel suo consueto report sul Paese.

A cominciare proprio dal tema della crescita, che è rallentata e mette ora in rialzo il rischio di recessione. Il rapporto, stilato nello scorso dicembre, rileva che le debolezze strutturali dell’Italia sono alla base della perfomance economica del Belpaese, per il quale “i rischi sono significativi e sono al ribasso”. Secondo il Fondo, in caso di un acuto stress dell’Italia l’effetto contagio potrebbe essere globale e significativo. “Uno stress acuto in Italia potrebbe spingere i mercati globali in territori inesplorati”. Insomma, l’Italia continua ad essere una sorta di spauracchio globale, capace di influenzare, negativamente, le altre economie. La colpa? Del governo, che ha reso vulnerabile il Paese, dice l’Fmi.

“Le persistenti debolezze strutturali dell’Italia hanno contribuito a una situazione economica difficile che vede una crescita fiacca delle entrate, una disoccupazione elevata e un alto debito pubblico e questo nonostante lo stesso Fondo monetario riconosca l’intenzione dell’Italia “di porre l’elevato debito pubblico su una rotta decrescente, in considerazione dei rischi al ribasso”. In generale, tuttavia, la strategia dell’esecutivo “non porta avanti le riforme necessarie per eliminare gli impedimenti strutturali di lunga data, quelle a sostegno della crescita e, di conseguenza, permangono i rischi che rendono l’economia italiana vulnerabile”. Il Fmi raccomanda come priorità “l’attuazione di un pacchetto completo di riforme strutturali, in grado di rilanciare la crescita, il consolidamento fiscale e il rafforzamento dei bilanci bancari”.

Ma sono le misure bandiera dell’esecutivo gialloverde ad essere, ancora, nel mirino dell’Fmi.  A cominciare dal reddito di cittadinanza, che secondo l’istituzione di Washington prevede un incentivo “molto alto, fissato al 100% della linea di povertà relativa in confronto al 40-70% indicato nelle buone pratiche internazionali”. Come hanno rilevato Confindustria e altri osservatori, il timore è che si trasformi in un disincentivo al lavoro.

“I benefici sono relativamente più generosi al Sud, dove il costo della vita è più basso – si legge nel report Fmi – con l’implicazione di maggiori disincentivi al lavoro così come di rischi di dipendenza dalla misura di welfare. Sebbene i benefici siano finalizzati ai poveri, quelli aggiunti si riducono troppo rapidamente al crescere dei componenti del nucleo familiare, penalizzando le famiglie più numerose mentre i pensionati sono trattati in modo preferenziale. Controlli adeguati saranno essenziali per un efficace controllo dei destinatari del reddito”.

Non scappano alla rete dell’Fmi neanche le norme previdenziali. Iniziative come quota 100 “aumenteranno ulteriormente la spesa pensionistica, imporranno un onere ancora maggiore sulle generazioni più giovani, lasceranno meno spazio alle politiche di crescita pro-crescita e porteranno a tassi di occupazione più bassi tra i lavoratori più anziani”. In aggiunta, dice il Fondo, “sulla base delle esperienze in altri paesi è improbabile che l’ondata prevista di pensionamenti possa creare altrettanti posti di lavoro per i giovani”. Il timore in questo caso impatta sulla tenuta delle finanze pubbliche. “Anche a politiche invariate – continua l’Fmi – l’Italia dovrà far fronte a pressioni pensionistiche significative nei prossimi 2-3 anni, che metterà a dura prova i conti pubblici”. Di qui “l’urgenza di razionalizzare gli eccessi all’interno del sistema” previdenziale, “ad esempio collegando strettamente le prestazioni ai loro contributi), mantenendo l’indicizzazione dell’età pensionabile all’aspettativa di vita e adeguando i parametri pensionistici” alle disponibilità.

Infine le banche. Ad aprile scorso il sistema finanziario italiano “ha acquistato titoli governativi per 45 miliardi di euro, rafforzando il legame fra banche e debito sovrano. L’aumento dello spread ha influito negativamente sui coefficienti di solvibilità delle banche e delle compagnie di assicurazione”. L’Fmi segnala inoltre come “i costi di finanziamento delle banche sono aumentati notevolmente e l’accesso ai mercati obbligazionari è stato limitato”. E se questa situazione dovesse continuare – spiegano i tecnici di Washington – “le banche sarebbero probabilmente costrette a ridurre la leva finanziaria”. Insomma, non benissimo.

Quota 100, banche e reddito di cittadinanza. Se Fmi non salva (quasi) nulla

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