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Hillary Clinton sta tornando? Stando a quanto riportano fonti legate ad ambienti a lei vicini, l’ex first lady non avrebbe ancora del tutto escluso la possibilità di candidarsi alla nomination democratica del 2020. “Tre persone – ha recentemente dichiarato il giornalista Jeff Zeleny – mi hanno detto che ancora questa settimana Hillary diceva in giro, in considerazione di tutte le recenti notizie di incriminazioni, particolarmente quella di Roger Stone: ‘Guardate, non ho chiuso le porte a questa ipotesi'”. Del resto, già due mesi fa, un paio di suoi consiglieri avevano scritto sul Wall Street Journal che Hillary stesse seriamente pensando a una nuova discesa in campo. Insomma, per quanto non esattamente probabile, il ritorno dell’ex first lady resta comunque un’ipotesi sul tavolo. Il punto è capire quanto eventualmente una sua ennesima candidatura abbia possibilità di successo.

Da sempre, Hillary sostiene di aver perso le presidenziali del 2016 per colpa degli hacker russi, che le avrebbero di fatto sabotato la campagna elettorale con l’obiettivo di favorire il rivale, Donald Trump. In attesa che l’inchiesta Russiagate faccia il suo corso, bisogna intanto notare che, nella sconfitta subìta due anni fa, l’ex first lady ci abbia comunque messo del suo. Innanzitutto, si è sempre presentata come la candidata “inevitabile”: la donna che avrebbe dovuto essere votata quasi per diritto dinastico. Fattore che ha alimentato non poche antipatie nei suoi confronti (soprattutto a sinistra). In secondo luogo, sul suo capo pesavano svariati elementi controversi: dallo scandalo emailgate all’opaca gestione del caso Bengasi, ai tempi del suo incarico come segretario di Stato. A tutto questo, bisogna aggiungere una strategia elettorale fallimentare: cercando di replicare il sistema che portò al successo suo marito Bill nel 1992, Hillary – scegliendo come suo vice il senatore moderato Tim Kaine – ha deciso di puntare esclusivamente sul voto centrista, sbattendo così la porta in faccia alla sinistra del suo stesso partito. Quella sinistra che poi si è non a caso vendicata, astenendosi o addirittura votando per Trump in sede di General Election. Del resto, che l’ex first lady non sia troppo capace di intercettare i cambiamenti politici non è esattamente un mistero. Anche alle primarie del 2008 diede per scontata una vittoria che poi non si verificò affatto: puntando quasi esclusivamente sugli agganci interni al partito, Hillary non ha difatti mai avuto il polso effettivo dell’elettorato. Un rimprovero, questo, che le ha mosso – tra gli altri – anche un suo sostenitore come il candidato democratico alle presidenziali del 1988, Michael Dukakis, secondo il quale la grande colpa dell’ex first lady sarebbe stata quella di non fare adeguatamente campagna elettorale in tutti i cinquanta Stati.

Insomma, non è chiaro se una sua eventuale discesa in campo possa rivelarsi in grado di attrarre quelle quote elettorali che – un tempo democratiche – hanno deciso di voltare duramente le spalle all’Asinello nel 2016. Al di là del fatto che si tratti di una figura oggettivamente divisiva, il grande tema è infatti capire se Hillary abbia realmente compreso le ragioni della sua ultima disfatta. In particolare, le motivazioni che hanno spinto la classe operaia impoverita della Rust Belt a sostenere l’ascesa di un miliardario proveniente da New York. Ecco: forse gli hacker russi non sono l’unica ragione della vittoria di Trump. Forse certe proposte politiche (soprattutto sul commercio internazionale) hanno alienato al Partito Democratico parte cospicua della sua storica base elettorale. Forse negare rappresentanza all’ala sinistra dell’Asinello non è stata una mossa funzionale a tenere unito il partito al suo interno. Forse dare per scontato l’appoggio di intere quote elettorali (a partire dalle minoranze etniche) non si è rivelata una strategia troppo efficace.

Con le primarie che stanno entrando nel vivo, il Partito Democratico si appresta a una campagna elettorale che si annuncia affollata e rissosa. Un autentico caos, da cui potrebbe però magari anche emergere alla fine un leader. Ecco: in questa situazione complicata, non siamo sicuri che Hillary Clinton sia ciò di cui l’Asinello abbia bisogno. Non un’altra volta.

Quanto conviene ai democratici iI ritorno di Hillary Clinton

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