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Ammaraggio di successo. La capsula Crew Dragon di SpaceX, destinata a portare gli astronauti americani verso Luna e Marte, ha completato senza intoppi anche la fase più delicata della sua missione dimostrativa. Esultano gli Stati Uniti, che vedono finalmente vicino l’obiettivo dell’autonomia nel trasporto umano nello spazio rispetto alla navicella russa Soyuz, unico veicolo per gli astronauti dopo la dismissione dello Shuttle dal 2011.

IL DELICATO RIENTRO

Dopo l’entusiasmo di domenica scorsa, quando la Crew Dragon si era agganciata alla Stazione spaziale internazionale, l’attesa era tutto il complesso rientro in atmosfera. Lo stesso Elon Musk non aveva nascosto la sua “preoccupazione”, pur ricordando i risultati positivi delle simulazioni. A generare apprensione, rispetto alla comprovata versione Cargo Dragon, era la forma asimmetrica del guscio posteriore della capsula, potenzialmente in grado di generare instabilità di rotazione al rientro. Tutto è andato per il verso giusto, con il distacco dalla Stazione spaziale e la caduta verso l’oceano Atlantico (rallentata da quattro enormi paracadute), fino all’ammaraggio al largo della Florida, dove la navicella è stata recuperata dalle imbarcazioni di SpaceX. Si è chiusa così la missione iniziata da Cape Canaveral con il lancio del Falcon 9, missione che ha avuto un protagonista d’eccezione: il manichino Ripley, dotato di sensori per misurare le sollecitazioni subite dal corpo degli astronauti.

VERSO LA MISSIONE CON EQUIPAGGIO

Ora l’asticella si alza in vista della seconda missione dimostrativa, quella che entro la fine dell’anno (ma non prima di luglio) vedrà il primo lancio con passeggeri. Gli astronauti Nasa Bob Behnken e Doug Hurley, già selezionati per il viaggio della Crew Dragon con uomini a bordo, hanno seguito con attenzione tutte le operazioni della Demo-1, dalla preparazione sino al rientro. L’obiettivo americano è avere un veicolo per il trasporto di astronauti operativo dall’inizio del 2020, quando scadrà il contratto che assicura passaggi a bordo della Soyuz. Lo ha detto chiaramente il numero uno della Nasa Jime Bredenstine: “Il successo di oggi segna un’altra pietra miliare nella nuova era del volo umano nello spazio; il programma Commercial Crew è un passo più vicino a lanciare gli astronauti americani con razzi americani dal suolo americano”.

I RAPPORTI CON I RUSSI

D’altra parte, poche settimana fa, la Nasa ha fatto pervenire a Mosca una richiesta per ulteriori due posti, visto che le turnazioni sulla Iss potrebbe non essere assicurate dopo la fine di quest’anno. A rendere più complicata la situazione ci sono i rapporti non proprio idilliaci con i russi di Roscosmos. Solo poche settimane fa, l’amministratore dell’agenzia Usa Jim Bridenstine è stato costretto ad accogliere le pressioni del Congresso e a cancellare l’invito all’omologo dell’agenzia russa Dmitry Rogozin. Pace fatta dopo pochi giorni, ma il clima è rimasto incandescente, sulla scia degli attriti già palesati in occasione del fallito lancio della Soyuz MS-10 a ottobre e, ancora prima, del buco riscontrato su un modulo russo attraccato all’Iss.

I PROGRAMMI AMERICANI

Negli Usa, l’obiettivo di riconquistare l’agognata autonomia nell’accesso allo spazio si così fatto più urgente. La stessa necessità ha determinato anni fa l’avvio di programmi nazionali affidati ai big del settore. Oltre alla Crew Dragon di SpaceX, attende il suo debutto la Cst-100 Starliner di Boeing. Eppure, da quando fu firmato il contratto nel 2014 (si prevedevano i primi lanci entro la fine del 2017), i ritardi sono stati continui. Stando all’ultima tabella di marcia resa nota dalla Nasa, la Starliner farà il suo debutto senza equipaggio ad aprile. L’urgenza è alta, anche perché le ambizioni esplorative sono ben note: prima un avamposto orbitante intorno alla Luna, poi i viaggi verso Marte e oltre.

IL FATTORE TRUMP

L’aggiornamento che la presidenza Trump ha imposto al programma della Nasa (prima focalizzata sul Pianeta rosso come priorità esplorativa) si è associato al raffreddamento dei rapporti con Mosca. D’altra parte, l’attuale amministrazione Usa ha riconosciuto con determinazione lo Spazio anche come frontiera della competizione militare. Il piano per la Space Force, voluta a tutti i costi da Donald Trump, è un segnale forte in questo senso, da intendere comunque come una risposta alle velleità di Russia e Cina, particolarmente attive su questo fronte.

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