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La proprietà pubblica delle banche è tema su cui sono stati spesi fiumi d’inchiostro, con inclinazioni mutevoli a seconda dei tempi e delle condizioni macroeconomiche.
Nessuno ha mai stabilito con certezza se è funzione adeguata per lo Stato quella del banchiere e nessuno mai lo stabilirà in modo definitivo, anche se va detto che in Europa prevale ormai da tempo una logica di sostanziale contrarietà, ispirata al principio di concorrenza come motore vincente nei rapporti economici (e quindi anche in quelli finanziari).

Se guardiamo alla storia d’Italia vediamo che le banche pubbliche (massicciamente presenti nel dopoguerra) riescono a giocare un ruolo decisivo e positivo nella ricostruzione nazionale e nel sostegno alle imprese (piccole e grandi) per diversi decenni, salvo perdere slancio sul finire della Prima Repubblica, con alcuni casi (prevalentemente al Sud) di gestione decisamente indifendibile e palesemente clientelare. Oggi il tema torna d’attualità, essenzialmente a causa di una condizione di crisi del sistema bancario che ha origini internazionali ed effetti (anche) nazionali, con potenziale danno per molti risparmiatori.

Ecco quindi il ritorno dello Stato sulla scena con quattro provvedimenti in pochi anni, tutti ispirati al principio dell’intervento di salvataggio per banche, lavoratori del settore e titolari di conti correnti, azioni, obbligazioni e altre forme di risparmio gestito. Comincia il governo Renzi con le quattro piccole banche locali dell’autunno 2015, prosegue Gentiloni con Banche Venete e MPS (estate 2017) e completa il quadro (per ora) il governo Conte con il provvedimento Carige d’inizio 2019. Gli interventi sono tutti diversi, tanto tecnicamente quanto nell’esito, ma c’è una forte analogia (per ora del tutto teorica) tra la vicenda Monte Paschi e quella Carige ed è proprio per questo motivo che vale la pena ragionarci su.

Nel caso Monte Paschi lo Stato decide di salvare una primaria banca d’interesse nazionale semplicemente comprandola: cioè diventandone il primo azionista. Spende per fare questo circa 6,9 miliardi di euro, acquistando azioni in due tranche al prezzo di 6,9 euro per la prima quota di capitale e di 8,5 euro per la seconda. Questo intervento consente alla banca di riprendere la sua regolare attività ed anche di tornare sul mercato azionario (dopo una lunga sospensione) a fine ottobre del 2017, facendo un primo prezzo di chiusura a 4,55 euro.

Facciamo adesso un salto in avanti, arrivando o oggi, quindi a metà gennaio 2019. Il titolo Mps vale circa 1,40 euro, cioè un terzo della quotazione di ottobre 2017 e un quinto del prezzo di acquisto per la prima tranche (che fu di gran lunga la più importante). Quindi, al tempo presente, lo Stato ci sta rimettendo svariati miliardi di euro nel confronto (impietoso) tra i due prezzi. Possiamo quindi concludere che acquistare le banche è un disastro per le casse pubbliche?

No, non con questa granitica semplicità. Anche nel caso Monte Paschi infatti è bene attendere ancora un po’ di tempo, lasciando al management i prossimi due anni (nel 2021 la banca dovrà tornare a controllo privato, come concordato con Ue) per generare valore, cosi da ottenere effetti positivi anche sulla quotazione azionaria.
Inoltre lo Stato non agisce solo per guadagnarci (o non perdere denaro), ma interviene anche per esigenze di sistema (sociale, economico) che possono prevedere “danni” costi rilevanti compensati però da altri vantaggi per la collettività. Ad ogni modo i numeri sono numeri e occorre prenderli per quello che sono (e che valgono).
Sul versante “patrimoniale” l’intervento su Mps a oggi è un pessimo affare: vedremo come andrà nel prossimo futuro. Ma ci si pensi bene prima di fare lo stesso con Carige.

Lo Stato banchiere e i miliardi persi (per ora) su Mps

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