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L’ambasciatore siriano all’Onu, Bashar al Jafaari, ha preso la parola durante una riunione del Consiglio di Sicurezza e ha alzato ulteriormente i torni sulla crisi geopolitica che la guerra civile mondiale siriana ha creato. Crisi che, adesso che il regime  con l’aiuto di Russia e Iran – ha sanguinosamente vinto la partita, entra in una nuova e delicata dimensione: se Israele non smette di colpire il territorio siriano potremmo pensare ad “azioni simmetriche” verso l’aeroporto di Tel Aviv, ha minacciato il siriano.

Jafaari si riferiva all’attacco di pochi giorni fa su Damasco, aeroporto e hinterland, con cui gli israeliani hanno colpito per l’ennesima volta (più di duecento dal 2013 a oggi) strutture logistiche che l’Iran utilizza sul territorio siriano per rafforzare il gruppo libanese Hezbollah, che Teheran ha mosso – tramite ideologia, politica e business – per puntellare il regime.

Hezbollah è tecnicamente in guerra con Israele, e condivide con la Repubblica islamica l’odio nei confronti dello stato ebraico. Conseguenza: gli ayatollah, che hanno guadagnato influenza e controllo territoriale in Siria (col sacrificio di sangue fatto per salvare il rais), stanno trasformando il paese in una piattaforma anti-israeliana, che sfruttano anche per rifornire i libanesi con armi che prima o poi punteranno contro Gerusalemme.

“Se il Consiglio non adotta misure per fermare la ripetuta aggressione israeliana in Siria – ha detto il delegato siriano – Damasco eserciterà il suo legittimo diritto all’autodifesa e risponderà all’aggressione all’aeroporto di Damasco nello stesso modo, attaccando l’aeroporto di Tel Aviv”. La Siria ha iniziato a rispondere agli attacchi israeliani soltanto da pochi mesi, e questo genere di dichiarazioni sembrano più propaganda che altro – militarmente lo sbilancio è enorme tra Israele e Siria.

Oggi la portavoce del ministero degli Esteri russo ha dichiarato, davanti alla domanda di un giornalista sulla situazione, che Israele deve “smettere” di bombardare la Siria. Ma anche in questo caso, sembrano dichiarazioni politiche. Mosca ha un accordo riservato con il governo israeliano, con il quale accetta quel genere di azioni sulla Siria senza intervenire direttamente – e gestendo politicamente i siriani.

Nei giorni scorsi sono circolate informazioni a proposito degli S-300 russi schierati in Siria come deterrente per queste azioni israeliane. I sistemi da difesa aerea erano stati piazzati soltanto qualche mese fa, dopo un altro raid aereo israeliano simile in cui era finito al suolo un aereo militare russo.

C’era da tempo una richiesta da Damasco, approvata a Mosca (che ultimamente fatica a maneggiare la situazione visto che il regime siriano si sente riqualificato e forte, e in grado di tornare a trattare). Le informazioni del momento dicono che le batterie non sono ancora in uso, perché i russi non hanno finito ancora il training ai siriani che le dovranno comandare. Anche in questo caso, sembra più che altro una scusa, una copertura per non guastare delicati equilibri e congelare potenziali devastanti surriscaldamenti.

Delicati equilibrismi in cui tutti gli attori in gioco devono cimentarsi per non perdere la faccia. Sebbene nello specifico l’aspetto tecnico conti davvero: a buttar giù quell’areo russo infatti era stato un missile di una batteria S-200 siriana. Un caso di doppio fuoco amico: i siriani che centrano un aereo alleato russo con un missile di fabbricazione russa.

Il 20 dicembre, per la prima volta in sei anni di operazioni, la difesa israeliana aveva diffuso apertamente dettagli e commenti sull’ultimo attacco in Siria – premettendo che Israele ritiene Damasco responsabile di tutto quel che succede sul suo territorio, e specificando che le azioni militari saranno comunque dirette contro gli iraniani e le forze a loro collegate.

Si tratta di una novità, un’aperta dichiarazione su intenti e strategie di contenimento che Tel Aviv sta mettendo in atto contro l’Iran e il sistema di militarizzazione politica che ha costruito in Siria. Un piano già noto, che adesso però il governo Netanyahu ha deciso di rendere pubblico, anticipandoli con un paio di passaggi più velati, ma comunque diretti, che hanno coinvolti il premier e il capo di Stato maggiore.

L’esecutivo è chiamato alle elezioni tra pochi mesi, e sta usando la situazione nello stato confinante anche come elemento elettorale: Israele difende la propria sicurezza nazionale, che è un asset elettorale importante per uno stato che da anni vive sotto accerchiamento (con sintomatologie connesse).

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