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È ormai un ventennio che Vladimir Putin domina la Russia, governando ininterrottamente il paese dal 1999, ma questo attuale potrebbe realmente essere il suo ultimo mandato presidenziale, ed è arrivato il momento in cui “deve decidere” che cosa succederà al termine del suo incarico. Quale sarà la sua eredità?

È questo il presupposto da cui nasce un report del Center for European Reform (Cer) dal titolo esplicito: “Putin’s last term”. Il think tank con sede a Londra – “di gran lunga il migliore sull’Ue” tra quelli della capitale inglese, scriveva il Guardian, forse perché “riesce ad essere sia atlantista che eurofilo” spiegava l’Economist – affronta la questione con una prospettiva di lunga gittata, partendo dai problemi economici e sociali della Russia, e dalla posizione delicata in cui Putin ha messo il paese per quel che riguarda la politica estera.

Putin ha fissato degli ambiziosi obiettivi per l’economia, che però ha fatto registrare delle performance miste: il rublo ha avuto i suoi problemi di svalutazione anche se adesso è sostanzialmente stabile, l’inflazione è calata e le riserve estere aumentate, ma la crescita è bloccata e il reddito reale dei russi è diminuito. Secondo i redattori del report – Ian Bond, direttore del dipartimento politica estera del Cer, e Igor Yurgens, presidente del CdA dell’Institute of Contemporary Development, establishment culturale russo, non lontano dal premier Dmitry Medvedev – Putin non raggiungerà i suoi target, sostanzialmente perché sta investendo troppo poco nel settore dell’educazione (d’altronde “Education, Education, Education” diceva Tony Blair sui tre ingredienti per far riparte il Regno Unito), e dunque nella modernizzazione. L’economia inoltre è ancora troppo dipendente da gas e petrolio, e non pensa a riforme strutturali per indirizzare fondi a settori diversi e più produttivi del comparto difesa. In più: il calo demografico che la Russia soffre dai tempi sovietici non s’è fermato, e l’aumento dei pensionati è un peso per le casse statali (problema che Putin conosce bene, avendo subito l’effetto di proteste legate alla riforma pensionistica).

Indubbiamente, il presidente russo s’è creato un personaggio globale e lo ha fatto soprattutto con azioni in politica estera, anche avventate e avventuristiche, che però gli sono servite per rafforzare all’interno del Paese il suo potere. Prendere l’esempio dell’annessione della Crimea: un atto di politica estera espansionistica unico nell’era contemporanea, a cui l’Occidente ha risposto attraverso le misure sanzionatori e il degradamento delle relazioni con Mosca, ma che Putin ha usato per magnetizzare e unire su di sé certe forze. E lo ha fatto grazie a un uso raffinato della propaganda, sia all’interno del suo paese, che (soprattutto) all’esterno. Risultato: dalla Russia – come successe col “Protocollo dei Savi di Sion” nei primi del Novecento – s’è diffusa una contro-informazione affascinante che ha portato le visioni del Cremlino a diffondersi in Europa e negli Stati Uniti. Putin, aggressore in Crimea e in Ucraina, colpevole di campagne di interferenza e ingerenza in altri stati, risulta quasi vittima dell’Occidente.

Un successo. E Putin è stato anche in grado di comprendere quando “go big”, come direbbero gli americani, ossia forzare la mano, davanti alle esitazioni occidentali. Per esempio, la Siria: il presidente ha portato la Russia al fianco del regime di Damasco, ha costruito i presupposti narrativi per difendere l’intervento come un’operazione anti-terrorismo (mentre cercava di tutelare i propri interessi, regionali e globali) e ha vinto, la guerra e la gara diplomatica collegata. Tutto il mondo ha ormai accettato pragmaticamente il piano iniziale russo, che prevedeva di salvare il rais Bashar el Assad e soprattutto il sistema di governo, riqualificato come interlocutore anche da Paesi del Golfo ostili.

Gli analisti del Cer scrivono che i policy-maker occidentali che si apprestano a trattare con Putin devono approcciarsi a lui “come se niente cambierà mai in Russia e come se tutto potesse cambiare durante la notte”, ossia dovrebbero pensare che a Mosca c’è una porta che si può aprire in ogni momento. D’altro canto, spiegano gli autori,  “la Russia deve considerare se i suoi interessi sarebbero meglio serviti dall’avere più rapporti di cooperazione con i suoi vicini [creando] una politica che rafforzerebbe anche la fiducia con l’Occidente”.

Russia e Occidente – indica il report – “dovrebbero parlare di alcuni dei problemi che li dividono, anche se l’accordo su cosa fare su di essi dovrà attendere cambiamenti politici fondamentali” e “la sicurezza internazionale, compreso il controllo degli armamenti nucleari e convenzionali, dovrebbe essere in cima all’agenda”. Bond e Yurgens considerano anche che dovrebbero essere presenti nuove aree di confronto, come lo spazio esterno e lo spazio cibernetico, e poi “cercare problemi comuni, come il cambiamento climatico o la salute globale, che potrebbero affrontare insieme o almeno in parallelo”.

Per Putin, “una migliore relazione con l’Occidente potrebbe essere parte della sua eredità. E l’Occidente ha interesse a porre le basi per una relazione stabile per il resto dell’era Putin e oltre”, evitando di “rimanere nei rispettivi bunker”, ma “senza fare eccessive concessioni”.

Putin è talvolta ritratto in Occidente come un grande stratega con un piano a lungo termine, ma il suo curriculum suggerisce che in realtà è un abile tattico e un maestro nel cogliere un’opportunità quando si presenta: “Gli attuali leader dell’Occidente non possono nemmeno vantare quella competenza: il più delle volte, sia che si tratti della crisi economica e finanziaria o dei conflitti internazionali, sono stati poco reattivi, e anche lenti e indecisi”.

 

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