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Alcuni soldati americani sono rimasti uccisi in un attacco terroristico a Manbij, nel nord della Siria. I militari erano parte delle forze speciali che stanno accompagnando le milizie locali nella liberazione della fascia settentrionale siriana dall’occupazione delle forze del Califfato. Il Pentagono la chiama operazione Inherent Resolve e dall’account Twitter ufficiale conferma le notizie che circolano da alcune ore – alcuni militari americani sono stati “killed” – mentre l’attacco è stato subito rivendicato dal sito Amaq News, agenzia stampa dal valore propagandistico dello Stato islamico.

Una fonte americana della Reuters ha detto che gli specialisti statunitensi uccisi sarebbero quattro, finiti in un’imboscata. Per quanto noto al momento, probabile che l’esplosione sia da ricollegare a un attentatore kamikaze. Online ci sono diverse immagini del luogo dell’attacco: si vedono corpi a terra e edifici colpiti dall’esplosione lungo una strada.

A quanto pare dal video di una telecamera di sicurezza, la detonazione è avvenuta appena all’esterno di un edificio, che le fonti dal posto descrivono ai media come un ristorante frequentato abitualmente dagli americani.

Ci sarebbero diverse altre persone uccise, oltre una dozzina.

In una foto scattata dall’agenzia curda ANHA si vede un fuoristrada grigio, come quello che le forze speciali utilizzano per muoversi discretamente all’interno delle aree urbane. Il Pentagono dice che i militari erano impegnati in un’operazione di pattugliamento di routine (forse si erano fermati per mangiare).

Altri video hanno ripreso anche elicotteri di fabbricazione occidentale, con ogni probabilità americani, impegnati in quella che sembra essere un’operazione MEDEVAC, acronimo militare internazionale per Medical Evacuation – assistenza sanitaria con evacuazione in area ostile – nell’area dello stadio cittadino.

Per il momento gli Stati Uniti non hanno descritto l’accaduto – la portavoce della Casa Bianca, Sarah Sanders, ha detto che stanno monitorando la situazione con aggiornamenti continui.

Nella fascia settentrionale della Siria operano le Sdf, le Syrian Democratic Force, che sono il raggruppamento militare misto curdo-arabo creato sotto egida statunitense (la fazione più importante di loro è rappresentata dai miliziani curdi dell’Ypg). Le Sdf, accompagnate dalle forze speciali statunitense (e di altri paesi occidentali), hanno liberato l’area del nord siriano dalla presenza del Califfato fino ad arrivare a Raqqa, la roccaforte dello Stato islamico, riconquistata nell’ottobre del 2017.

Secondo le direttive della Casa Bianca, gli americani adesso dovrebbero lasciare quelle zone e ritirarsi dal paese (anche se con una tempistica non chiara). Il presidente Donald Trump, annunciando il ritiro il 19 dicembre, aveva giustificato la scelta – suo vecchio cavallo di battaglia durante la campagna elettorale – sostenendo che lo Stato islamico è stato sconfitto e dunque la presenza americana non era più necessaria.

La decisione è stata parzialmente rivista, dopo essere stata sommersa da critiche sia interne che esterne (provenienti dagli alleati internazionali degli Usa), ma negli ultimi giorni sono circolate notizie sull’avvio del ritiro di alcune componenti tattico-logistiche non essenziali.

Gli ultimi svolgimenti della confusionaria questione parlano di una telefonata presidenziale tra Trump e Recep Tayyp Erdogan nella quale Ankara ha accettato la vecchia proposta americana di creare una buffer zone al confine siriano all’interno della quale poter schierare i soldati tuchi. La fascia di protezione sarebbe profonda una trentina di chilometri, e raccoglierebbe al suo interno anche città come Manbij e Kobani.

Zone al momento consegnate dagli americani al controllo delle alleate Sdf: la città in cui è avvenuto l’attentato odierno, per esempio, è amministrata dal Manbij Military Council, guidato dai curdi. Ma la Turchia considera le forze dell’Ypg e la loro rappresentanza politica, il Pyd, nemici e terroristi perché cugine dei curdi del Pkk turco.

Alcuni media turchi scrivono che gli americani si trovavano nel ristorante per incontrare ufficiali delle Ypg: se fosse vera questa ricostruzione, è molto probabile che gli specialisti statunitensi si trovassero lì anche per fare il punto della situazione attuale e futura.

Al momento, gli Stati Uniti hanno circa duemila specialisti sul territorio siriano. Dal 2015, anno in cui è iniziata la campagna contro lo Stato islamico anche in Siria, gli americani morti nel paese sono stati pochissimi: uno per cause non collegate al combattimento (il suo veicolo s’è cappottato), due uccisi da IED, improvised explosive device, uno durante la presa di Raqqa e un altro il 30 marzo 2018 a Manbij.

 

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