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Da qualche tempo di sta discutendo di un “Populismo senza qualità” che affronta il tema oggi centrale nella politica italiana. Lungi dall’essere un fenomeno nuovo, il populismo si inserisce in profonda continuità nella tradizione politica del nostro Paese, da quella socialista a quella fascista, da quella cattolica a quella comunista, per non dire di quella berlusconiana: un partito annunciato su un predellino come lo vogliamo definire?

L’emergere di classi politiche da un quarto di secolo inevitabilmente improvvisate provoca delle conseguenze, poiché ogni organizzazione funziona in buona parte in base a chi la gestisce o la rappresenta. D’altronde lo stesso Beppe Grillo ha evidenziato che gli eletti si dovrebbero individuare per sorteggio e Davide Casaleggio ha ipotizzato la prossima fine della democrazia rappresentativa con il ruolo ancora più coreografico del Parlamento.

Questi passaggi, unitamente al divieto quasi assoluto in una certa fase della precedente legislatura di non far comparire quasi tutti gli eletti pentastellati in televisione, evidenzia che i vertici del movimento sono ben consci di questa situazione. Inoltre c’è chi ha osservato che le dichiarazioni degli uomini di governo hanno contribuito a far aumentare lo spread che finora sta costando alla comunità nazionale circa 85 miliardi di euro, quasi undici volte di più di quanto si intenderebbe spendere per il reddito di cittadinanza, la scelta politica più significativa del governo del cambiamento.

La riflessione principale che occorrerebbe compiere è come siamo potuti arrivare a questo scenario. Secondo me, semplificando molto, hanno grandemente inciso le leggi elettorali che, eliminando la selezione interna ai partiti, fin dal 1993 hanno consentito l’individuazione di una classe politica nazionale spesso improbabile, nominata da quelle poche persone che sono in condizione di compilare le liste, con criteri che, com’è di tutta evidenza, poco hanno a che vedere con la capacità, la rappresentatività e la democrazia. La versione artigianale dei like è semplicemente l’evoluzione di questa impostazione. Problema in fondo non nuovo: tutti ricordiamo le imbarazzanti risposte che qualche anno fa i parlamentari davano alle “Iene” quando si trattava di indicare i contenuti della Costituzione oppure cosa fosse il Darfur.

Non possiamo allora non affrontare un tema urticante: siamo proprio sicuri che l’abolizione delle preferenze sia stato un gran bene? Indicando uno per uno i nomi sulle schede, bisognerebbe verificare quanti degli attuali 945 deputati e senatori siederebbero oggi in Parlamento. Ma se l’offerta politica dei candidati di tutti gli schieramenti è quella attuale siamo proprio sicuri che gli elettori, dei quali il 75 per cento non sa interpretare una semplice frase nella nostra lingua (fonte: Tullio De Mauro), saprebbero scegliere diversamente?

Di fronte a una crisi crescente, ogni soluzione deve essere esplorata, anche quella di dare la possibilità ai cittadini di aumentare la propria capacità di espressione. Adesso sono sempre di più a lamentarsi della inadeguatezza della classe politica: in gran parte sono gli stessi che hanno invocato come una benedizione l’eliminazione delle preferenze. E i risultati sono davanti agli occhi di tutti. Alcuni se ne erano già accorti, altri se ne stanno accorgendo, quasi tutti gli altri potrebbero essere costretti ad aprire gli occhi molto presto.

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