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C’è una sfida che più di tutte impegnerà l’Italia nei prossimi mesi. Quando, si spera, il governo pentaleghista avrà scaldato i motori e raggiunto la velocità di crociera. Quella del debito pubblico. Bisogna fare un po’ di ordine mentale per avere bene in mente il quadro della situazione. Il punto di partenza è Mario Draghi.

Il governatore della Bce, non è certo un mistero, ha messo in cantiere il progressivo spegnimento del programma di acquisto di titoli pubblici detto Qe. Se tutto andrà bene e l’inflazione si manterrà in zona 2%, a fine 2018 Francoforte potrà dichiarare conclusa l’esperienza del Qe. Oggi, giova ricordarlo, la Bce compra 30 miliardi al mese di titoli di Stato dei vari Paesi membri (oltre a reinvestire i proventi dai rimborsi di titoli in scadenza).

Il prossimo 14 giugno il board dell’Eurotower si riunirà a Riga, capitale della Lettonia, per una riunione fuori sede in cui potrebbero essere date le prime indicazioni certe e ufficiali sulla fine del Qe. Che però sarà graduale: con ogni probabilità ci sarà un’ulteriore estensione da settembre, mese della scadenza ufficiale, a dicembre del programma, ma con un calo  a 15 miliardi mensili di acquisti. Il 2019, invece, sarà l’anno dell’addio di Draghi alla guida della Bce visto che il termine naturale del mandato è fissato per ottobre dell’anno prossimo. Se ne andrà, insomma, l’uomo forte che in questi anni ha evitato all’Europa (e all’Italia) guai peggiori.

Cosa c’entra l’Italia con tutto questo? C’entra, eccome. Perché venendo meno un compratore di fiducia come la Bce, l’Italia potrà fare affidamento solo ed esclusivamente sul mercato. E se la credibilità sarà ancora traballante, saranno dolori. Tradotto, senza la Bce il Paese dovrà essere abile nel piazzare i suoi titoli presso gli investitori esteri i quali, attenzione, rappresentano il grosso della domanda di debito italiano: senza di loro chi comprerebbe e dunque finanzierebbe il nostro debito stellare (2.300 miliardi)?

Lavorare sulla credibilità, Draghi a parte, vorrebbe dire anche tenere a bada lo spread (oggi comunque sotto i 240 punti base) che in questi giorni ha fatto vivere più volte brutti quarti d’ora. Farsi trovare impreparati (qui l’intervista a Formiche.net dell’ex direttore del Sole 24 Ore, Roberto Napoletano, il quale ha invitato a moderare le parole per non spaventare i mercati) e con le idee confuse all’appuntamento con la fine del Qe equivarrebbe a far schizzare nuovamente in alto lo spread: gli investitori non si fidano più dell’Italia e per comprarci il debito chiedono rendimenti doppi rispetto a quelli attuali che il Paese può aver difficoltà a pagare.

In questo senso giova e non poco la prima uscita mediatica su carta stampata del ministro dell’Economia, Giovanni Tria (nella foto), che in un’intervista al Corriere ha dato segnali rassicuranti al mercato: niente colpi di testa senza avere prima i soldi. E soprattutto, l’Italia si terrà ben stretta l’euro. “Non è in discussione alcun proposito di uscire dall’euro. Il governo è determinato a impedire in ogni modo che si materializzino condizioni di mercato che spingano all’uscita. Non è solo che noi non vogliamo uscire: agiremo in modo tale che non si avvicinino condizioni che possano mettere in discussione la nostra presenza nell’euro”, ha garantito Tria.

Invitando al sano realismo persino sul tanto famoso contratto di governo. “Non sarebbe serio indicare numeri prima di un riesame complessivo, noi non puntiamo al rilancio della crescita tramite deficit spending”. Insomma, prima occorre rifare i conti, l’occasione sarà la nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza da presentare in settembre, sulla crescita attesa, solo dopo si potrà valutare se e in che tempi a mettere in campo le misure annunciate”.

Il rischio, politico ma non solo, è un po’ quello paventato da Mario Monti, sempre ieri sul Corsera. “Temo gli effetti del disavanzo economico che il combinato disposto delle idee di Lega e M5S fanno paventare. I mercati già parlano. Sarebbe un complotto dell’Italia contro se stessa”.

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