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“Il tiro alla fune per l’Italia sottolinea che la rivalità tra Stati Uniti e Cina è ormai globale”, scrive l’editorialista del Financial Times Gideon Rachman, ed è questo il quadro all’interno del quale si inserisce il clamore suscitato dalla possibile adesione di Roma all’infrastruttura geopolitica con cui Pechino vuol costruirsi un ruolo dominante in Eurasia e Europa: la Nuova Via della Seta (o Bri, un sistema di connessioni infrastrutturali che dalla Cina dovrebbe arrivare fino al Mediterraneo, via terra e via mare, con Venezia e Trieste che sono i teorici punti di raccordo del network, che dalla logica dei collegamenti con carattere commerciale potrebbe sfociare in sistemi di dipendenza politica collegati agli interessi e agli investimenti che il Dragone muoverà nei Paesi interessati dalla Via).

A distanza di trent’anni dalla fine della Guerra Fredda, quello che si è creato è un sistema di contrapposizione a blocchi, su cui l’amministrazione Trump ha giocato non poca polarizzazione trasformando anche i piani di commercio e investimenti in un territorio di scontro e confronto guerresco, mentre la Cina gioca la sua magnetizzazione attrattiva non solo nel background asiatico, ma anche in Europa, Africa e Sudamerica.

Il piano economico-commerciale non è più un terreno neutrale e protetto dalla rivalità strategica, ma, come ha spiegato il Consiglio di Sicurezza nazionale della Casa Bianca sul caso Italia-Bri, è un elemento di interesse politico globale per gli Stati Uniti, che temono che la Nuova Via della Seta possa spostare la centralità degli equilibri euro-atlantici. Su questo sono state giocate le pressioni discrete esercitate dagli americani sul governo italiano, diventate pubbliche nel momento in cui Roma ha fatto sapere di essere intenzionata ad aderire alla Bri.

La potenza americana è, per esempio, talassocratica, e il fatto che Pechino stia penetrando attraverso investimenti in infrastrutture portuali nevralgiche indo-asiatiche e mediterranee (europee, mediorientali, e africane) è un fattore di preoccupazione a Washington.

Così come è preoccupante che i cinesi si inseriscano con forza all’interno dei sistemi di telecomunicazioni che guideranno i dati del 5G; lo scontro con Huawei serve a colpire le aziende cinesi in genere e soprattutto a mandare un messaggio agli alleati: non aprite le porte dei vostri pacchetti dati alla Cina, perché rischiate di mettere a rischio il nostro reciproco scambio di informazioni e sottoporlo agli occhi spioni di Pechino.

Sotto quest’ottica l’affermazione del premier italiano, Giuseppe Conte, di posizionare la decisione definitiva sull’adesione alla Bri all’interno del perimetro della sicurezza nazionale, rivendicando il ruolo di guida ultima al comparto intelligence, appare come una visione di più lunga gittata rispetto a quella di chi da Roma considera l’affare solo nei termini della politica economico-commerciale.

Dopo il richiamo ufficiale americano all’Italia, il governo cinese ha preso una posizione sovranista a sostegno di Roma, con il ministero degli Esteri di Pechino che ha rivendicato l’indipendenza italiana dagli Stati Uniti, ma come si chiedeva su queste colonne il professore Luciano Bozzo, “con chi collaboriamo noi?”, possiamo realmente pensare a uno shift che sposti la nostra impronta geo-strategica verso oriente una volta che gli americani dovessero tagliarci fuori dai preziosi accordi di condivisione di informazioni e interessi?

La dimensione di come alcuni dossier di carattere interno assumano rilevanza internazionale in mezzo a questo nuovo-vecchio quadro che s’è marcato è, per esempio, da ricercare nelle reazioni feroci cinesi contro la decisione di Seul di ospitare il sistema anti-areo americano Thaad. Per la Corea del Sud doveva essere una difesa da eventuali attacchi del Nord, per gli americani era anche un rafforzamento di una postazione strategica avanzata, per la Cina una militarizzazione odiosa di un’area asiatica su cui intende essere egemone.

Possiamo considerare come scevra da piani di carattere superiore la scelta cinese di mettere a terra, dopo il disastro aereo del volo 302 Ethiopian Airlines, la flotta di 737 Max della Boeing? Ci sono ombre di questo confronto globale? La Boeing è una compagnia americana tenuta in primo piano dalla Casa Bianca il cui fatturato cinese è legato per circa un terzo del totale al modello che Pechino ha deciso di bloccare per ragioni di sicurezza. Possibile che a Pechino abbiano trovato un utile escamotage per colpire con una sorta di sanzioni indirette il business americano?

D’altronde, dopo la sistemazione dei sistemi Thaad in Corea del Sud, i negozi di proprietà di Lotte, un retailer di Seul, furono chiusi in Cina dopo aver fallito “ispezioni di sicurezza” – da notare: i terreni in cui alcuni dei lanciatori americani erano stati posizionati nel territorio sudcoreano erano proprio di proprietà di Lotte.

Rachman fa notare che la Cina ha acquisito fluidità nel muoversi all’interno del panorama internazionale soprattutto grazie alla potenza economica: quando gli Stati Uniti chiedono ai propri alleati di escludere Huawei dai loro mercati, non danno un’opzione costituita da un competitor americano, e nemmeno la danno sul progetto infrastrutturale Bri, perché “nella battaglia per l’influenza con la Cina, la carta vincente degli Stati Uniti è spesso la sicurezza piuttosto che il commercio”. D’altronde Paesi come il Giappone, la Corea del Sud, la Germania e l’Australia ora fanno più scambi con la Cina che con gli Stati Uniti, “ma – scrive Rachman – tutti guardano ancora all’America per la protezione militare”.

Siccome al momento non sembra all’orizzonte una spaccatura anche in blocchi militari come ai tempi della Guerra Fredda, secondo l’editorialista del FT , ora il terreno di divisione più profondo è la tecnologia: i vari Paesi potrebbero essere chiamati a scegliere tra l’interpretazione americana o cinese “dell’universo tecnologico”, ma “dati e comunicazioni sono ormai fondamentali per quasi tutte le forme di attività economica e militare” e dunque il campo della tecnologia non rimarrà isolato.

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