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Sono convinto che Mario Draghi, nei cui confronti non si può non avere molto rispetto, abbia svolto in questi tormentati anni un importante ruolo di stabilizzazione sui mercati, favorevole sia per l’Italia sia per l’Unione Europea. Saranno gli storici a confermare o meno questo giudizio, che presuppone anche, per essere ben formulato, una conoscenza tecnica e puntuale, che chi scrive non ha, delle policies adottate dalla Banca Centrale.

Non meno importante però è puntare l’attenzione sula visione generale che ha mosso il Governatore, sulle sue idee. Il discorso di ieri al Sant’Anna di Pisa, per taglio e tono, ci dà molti elementi per capire quale è stata ed è la sua “filosofia”, e quindi il senso delle sue azioni e le speranze riposte in essa. E’ vero, come Draghi ha affermato in un punto alto della sua lectio, che l’Unione “fu una risposta eccezionale, oggi diremmo antistorica, a un secolo di dittature, di guerre, di miseria che in questo non era stato dissimile dai secoli precedenti”?.

Con tutto il rispetto possibile per Draghi, ho qualche dubbio. Che la storia umana sia stata una sorta di mattatoio, per usare un’espressione di Hegel, credo che sia innegabile. Così come è indubbio che gli ultimi settant’anni siano stati uno di quei rari momenti storici di crescita, benessere, prosperità (più o meno relativa) che pur da sempre sono esistiti. Credo però che di tutto questo il progetto europeistico non sia stato affatto la causa, anche perché esso ha preso corpo e sostanza solo in anni molto tardi. Al fondo del ragionamento di Draghi mi sembra di vedere all’opera quella mentalità razionalistica e illuministica per cui basta che gli uomini di buona volontà si mettano attorno a un tavolo, facciano astrazione dei loro interessi particolari, e delineino a tavolino uno Stato o (come in questo caso) un super Stato ideale le cui caratteristiche siano poi semplicemente “applicate” alla realtà.

Che tanti dei problemi dell’oggi, comprese le spinte illiberali a cui Draghi ha fatto riferimento, siano il risultato proprio della pretesa costruttivistica che a partire da un certo punto le élite europeiste hanno avuto, è però per me evidente. Anche perché la spinta iniziale agli accordi fra Stati europei nacque storicamente in modo diverso, in un contesto di “Guerra fredda” e sotto il patrocinio degli Stati Uniti che avevano necessità di tenere saldo e unito, seppur in modo democratico, il blocco di potere degli Stati che si opponevano a quelli sotto l’egida sovietica. L’Europa nasce nell’ottica dell’Atlantismo, e con un forte garante oltremanica: questo non va dimenticato. Così come non va dimenticato il tendenziale antiamericanismo di visionari come Altiero Spinelli che oggi vengono giudicati i Padri dell’Europa.

E certamente lo sono di quella Europa che a partire da un certo punto ha accentuato, e in alcuni casi esasperato, l’impronta razionalistica del suo progetto: stabilendo regole e normative stringenti, partendo dall’alto e non dal basso. Aver poi pensato che l’idem sentire dei popoli europei, che esiste pur nella positiva diversità fra di loro, potesse essere costruito su basi proceduralistiche e non “spirituali”, cancellando le “radici cristiane”, ha fatto a mio avviso il resto. Si è cancellato il più forte elemento unificante di quei popoli e, a un certo punto, si è persino pensato che dell’Unione potesse fare parte uno stato con un’altra identità spirituale quale è la Turchia. Credo che senza un po’ di autocritica, l’Europa sia destinata a ripetere certi errori e ad allontanarsi sempre più dal suo obiettivo finale: la pace e la cooperazione, in un contesto democratico e liberale, fra popoli che per storia e geografia la costituiscono.

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