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La situazione della Libia langue, o almeno i passi in avanti nel caos ormai dilagante da mesi tardano a farsi vedere. Ultima notizia, solo in ordine di tempo, è che la compagnia petrolifera nazionale (Noc) ha dichiarato, nelle scorse ore, la causa di forza maggiore sulle esportazioni dal giacimento petrolifero di El Sharara, nel sud del Paese. Le guardie di sicurezza hanno sequestrato la struttura e mentre i contatti con l’interno venivano persi, la Noc ha riferito di “aver perso il controllo dell’impianto petrolifero dopo l’attacco armato”.

Sempre dalla Compagnia petrolifera libica, inoltre, giunge la precisazione di come l’arresto delle attività relative al più grande giacimento petrolifero del Paese provocherebbe una perdita quotidiana di circa 315.000 barili al giorno (bdp) e una perdita supplementare di 73.000 bdp relativi all’impianto di El Feel.

I miliziani hanno fatto irruzione nei locali del giacimento, probabilmente, come riferito anche dalla stessa Noc spalleggiati dal alcune guardie e dalla gente del posto, che ha aperto i cancelli, permettendo loro di introdursi nella struttura, guidando jeep e filmando le proprie gesta (immagini che poi hanno inviato ai giornalisti). E se la la Noc ha richiesto che il gruppo armato lasci immediatamente il giacimento petrolifero senza condizioni preliminari, a Tripoli si attende un’azione mirata volta ad intervenire nell’interesse nazionale per riportare la stabilità nella zona.

Come se non bastasse, come riporta il sito informativo libico al Wasat, sempre un gruppo armato ha attaccato gli impianti del Grande fiume artificiale, l’acquedotto che preleva acqua dolce fossile dal Sahara libico per trasportarla nelle città della costa libica. Sono stati quattro i pozzi distrutti, esattamente sul versante occidentale, dove si trova il sistema di al Hasuna.

Un atto di sabotaggio vero e proprio in uno degli impianti strategici della Libia, che avrebbe subito anche dei furti, ritrovandosi, anche in questo caso sprovvisto di una protezione sicura. L’Ente dell’acquedotto ha inoltre annunciato l’abbassamento della pressione idrica nella provincia di Tripoli.

La situazione corre sul filo del rasoio e nel frattempo, il Consiglio dell’Unione europea ha appoggiato la road map Onu dell’inviato speciale Ghassan Salamè. Una lista di obiettivi specifici espressi anche alla Conferenza di Palermo del 12 e 13 novembre. Il Consiglio ha affermato che lo status quo in Libia è una fonte prevalente di instabilità e insicurezza per il popolo libico, i suoi vicini e l’intera regione. La soluzione, dunque, può e deve essere solo politica e deve provenire dagli stesi libici attraverso un processo inclusivo e pienamente conforme al diritto internazionale e al rispetto dei diritti umani.

E l’Italia, che proprio attraverso la Conferenza dello scorso mese nel capoluogo siciliano, aveva rimarcato l’intenzione di porsi come mediatore per la risoluzione della crisi, non cede di un passo nel percorso che ha stabilito. La scorsa settimana, infatti, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha ospitato la Palazzo Chigi il generale Khalifa Haftar per un incontro che è durato circa due ore. Un vertice privato che ha visto rafforzato proprio l’impegno sotto l’egida Onu del generale della Cirenaica. Allo stesso tempo, l’ambasciata d’Italia in Libia ha annunciato di aver consegnato attrezzature mediche e medicinali per il valore di 60mila euro alla città di Sebha, nel sud del Paese. L’iniziativa, dal nome “un ponte per la solidarietà” è in collaborazione con il governo di accordo nazionale libico guidato da Fayez al Serraj, l’unico riconosciuto dall’Onu.

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