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Si può trovare un modo per smorzare l’incendio sul trattamento dei rifiuti che sta spaccando i due azionisti della maggioranza? Indubbiamente, non si può pensare di lasciare i rifiuti all’aria aperta o di bruciarli in piena campagna, causando danni non solo all’ambiente ma anche all’agricoltura e mettendo a rischio case coloniche ed abitanti. Non si può neanche credere che i termovalorizzatori, in uso in tutto il mondo, possano recare danno, od esser preda della malavita, unicamente in alcune province italiane. Tanto più che il malaffare ha in tutto il mondo interesse a trasportare rifiuti, a prezzi da antiquariato di prego, da dove si producono a dove vengono inceneriti.

Dalla crisi dei rifiuti – pochi ne parlano – si è innescata una dozzina di anni fa una vera e propria svolta tecnologica: l’introduzione in Italia (su larga scala) di una tecnica che è stata sperimentata dall’Enea e che potrà gradualmente mandare in pensione i termovalorizzatori, due impianti che pochissimi vogliono avere né nel proprio giardino né in quello del proprio vicino.

Formiche è stato il primo a darne notizia ed a farne un’ampie analisi nell’autunno del 2006; successivamente, se ne sono occupati Il Corriere della Sera e la stampa economica. Di cosa si tratta? Di un percorso per lo smaltimento dei rifiuti (associato alla generazione di energia) che in termini tecnici ha il nome di “pirolisi”, un vocabolo ancora unicamente per gli addetti ai lavori. La “pirolisi” o, altro vocabolo per iniziati, “dissociazione molecolare” è un processo di degradazione termica in assenza di ossigeno, che, sotto particolari condizioni di pressione e temperatura (circa 450-500° c di temperatura, pressione inferiore a quella atmosferica di circa 10 mm di mercurio) trasforma le sostanze organiche presenti nel rifiuto in prodotti solidi, liquidi e gassosi combustibili.

Attraverso questa conversione termochimica si perviene, alla rottura dei legami chimici (fenomeno di piroscissione) con formazione di una componente gassosa combustibile (gas da pirolisi o syngas in quantitativo pari al 70% in massa dei rifiuti immessi) ed una componente solida (coal o char da pirolisi) in quantitativo pari al 30% in massa dei rifiuti immessi. Il gas prodotto viene recuperato in energia mediante processi a ciclo di vapore, mentre il carbone prodotto può essere utilizzato in cementifici, centrali a carbone o ulteriormente trattato in una apposita sezione dell’impianto per il suo recupero energetico. In sintesi attraverso un processo che non prevede né la combustione diretta del rifiuto né la presenza di ossigeno, circa il 90% del volume totale può essere utilizzato per la produzione di energia (trasyngas e carbone da pirolisi). Il restante 10%, che è rappresentato dal prodotto di scarto, è la sola parte del sacchetto di immondizia che lascia la nostra pattumiera per finire in discarica. La “pirolisi” avviene senza la combustione diretta dei rifiuti ed in assenza di ossigeno. Quindi, non si formano diossina o altre sostanze velenose.

Ci sono, poi, aspetti economici e finanziari significativi. Il costo per realizzare un pirovalizzatore, è pari a quello per la realizzazione di un termovalorizzatore, tuttavia il primo è in grado di gestire il ciclo integrato; dunque, sul complesso del ciclo, il costo dell’impianto si abbatte. Inoltre, mantenendo costi contenuti i rifiuti possono essere trattati in impianti piccoli, dal momento che viene a mancare l’effetto scala di un termovalorizzatore, che richiede il trattamento di un minimo di 300,000 tonnellate di rifiuti. Mediamente, tramite la termovalorizzazione ci vogliono dagli 80 ai 100 euro per smaltire ogni tonnellata di rifiuto in ingresso (lasciando scorie) mentre quelli di pirolisi per 80 euro smaltiscono il 100% della tonnellata e dato che generano energia si prestano a project financing, ossia ad essere finanziati con la partecipazione di capitali privati. La tecnica sviluppata all’Enena, però, è già di larga diffusione in Germania e Islanda. Basta scorrere Internet per vedere come si sta diffondendo in Italia, soprattutto nelle regioni settentrionali.

È possibile, quindi, smorzare i fuochi delle polemiche politiche sulla Terra dei fuochi.

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