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Ormai ci siamo. Il conflitto politico tra Unione Europea e Italia è in atto. Nessuno degli osservatori si è stupito più di tanto. E, a dire il vero, neanche i protagonisti veri di questo taglio con Bruxelles, le nostre autorità di governo, hanno dato l’impressione di essere esterrefatti e stupiti. La situazione presente fa parte della logica delle cose. D’altronde, la dura bocciatura della Commissione arriva alla fine di un percorso dialettico che è stato segnato da continui battibecchi, e nel quale la parte del leone è toccata alternativamente agli uni e agli altri.

Il punto apparente di contrasto è senza dubbio legato alle scelte economiche italiane, ma in ballo vi è qualcosa di molto più profondo e radicale. Per poter comprendere la tensione nella sua essenza non è sufficiente, infatti, schierarsi pro o contro la maggioranza Lega-Cinquestelle. E neanche sostenere i doveri continentali sopra o al di sotto di quelli nazionali.

In gioco c’è una partita più ampia, ossia la necessità o meno di rifondare l’Unione Europea, con l’accettazione o meno dei rischi di secessione e sfibramento che tale azione comporta. Il popolo italiano ha scelto il 4 marzo di privilegiare una linea politica diversa da quella da sempre perseverata. Con ciò il governo ha optato, come stanno facendo quasi tutti gli altri Paesi membri, per cambiare la rotta fin qui mantenuta pedissequamente al fine di trovare un nuovo equilibrio internazionale che sia in grado di creare sviluppo, crescita e progresso intanto per la nazione.

L’argomento forte che, malgrado l’opposizione planetaria, Matteo Salvini e Luigi Di Maio possono far valere è che il prima non ha prodotto niente, al massimo qualche pacca sulla spalla da Junker e Moscovici o qualche personaggio meteora, loro compiacente, finito presto nel dimenticatoio. Il sud è ormai a livelli africani, la disoccupazione e la criminalità non permetteranno di sperare in una ripresa veloce dell’economia, del lavoro e della produzione. Le nostre aziende stanno o fallendo o passando in mano straniera.

Avere una politica europea ancora ferma alle lettere e alle quantificazioni di stabilità non regge più. Gli italiani sono sicuri di quello che hanno e dei propri risparmi. Ciò nondimeno, sopra la ricchezza privata netta pro capite vi è la cappa oscura e tetra delle vessazioni fiscali e del debito pubblico. E quest’ultimo aspetto costituisce il fattore di servitù volontaria a cui ci siamo assoggettati nel corso degli ultimi sessant’anni per garantire prima lo sviluppo reale del nostro Paese, ormai fermo da quindici anni, e poi uno strapuntino in Europa.

Oggi il nostro debito è in mano al mercato. E quest’ultimo dipende da tanti fattori, in parte politici e in parte finanziari, che oltrepassano la sovranità nazionale. Tale pressione rischia ogni momento di far traballare il nostro Stato. Mentre il benessere privato, sebbene decrescente, fa da garanzia alla nostra sopravvivenza, malgrado il basso tasso demografico e il progressivo invecchiamento della popolazione.

Il fatto stesso che l’Europa politica, l’Europa dell’Unione, sia solo dalla parte dei conti e per nulla dalla parte dei cittadini, dimostra il fallimento sociologico di quello che è stato costruito con poca arte in questi ultimi due decenni. L’Unione doveva essere una garanzia, ed è diventata invece un problema: un impedimento che non tutela le nazioni deboli davanti a quelle forti sul piano dell’immigrazione; un intralcio che non aiuta la società ma si occupa solo dei conti; una burocrazia che non ha creato né politiche sociali, né strategie di difesa, né sviluppo, ma solo diritti inutili, insicurezza e austerità monetaria.

L’essenza della democrazia, occorre sapere, è basata su due pilastri: proteggere per avere legittimità, consenso per poter governare. L’Europa non ne ha nessuna delle due: perciò non appare democratica. Che l’Unione Europea non abbia saputo proteggere e non abbia alcun consenso è quanto si palesa ogni giorno a tutti attraverso veti e sanzioni contro gli Stati, non da ultimo contro l’Ungheria: immagine torva di una vecchiezza, scolpita nel volto dei vertici comunitari, che fa rabbrividire. Che Salvini e Di Maio riescano a compiere questo strappo dal condominio obbligato, senza far cadere l’intero edificio, è quanto dovrà essere da loro dimostrato prima di maggio. Per poter riformare un edificio bisogna scuotere le fondamenta. Ma scuotere le basi può far cadere l’intero palazzo.

Oggi, comunque vada la vicenda, siamo davanti ad un rifiuto europeo, e non solo italiano, di questa politica dell’Unione. E la causa è stata ed è la cattiva filosofia che ispira questo europeismo finto e di facciata. Pensare che la parola Europa significhi un’idea, di per sé sufficiente a dargli realtà, è il mantra platonico che ha dominato il sistema continentale portandolo al fallimento. Mentre l’Europa vera potrà tornare a valere se sarà allacciata alla realtà materiale e spirituale dei popoli che la compongono, tutti diversi e tutti europei: senza sforzi e infingimenti cavillosi. Creare il sovranismo è stata la tempesta perfetta che l’idealismo europeista ha saputo generare, contrapponendo la centralità dell’Unione senza democrazia alla particolarità democratica delle nazioni.

Mentre, nella realtà dei fatti, questa contrapposizione non dovrebbe proprio esistere. L’essenza dell’Europa, infatti, è la sostanza particolare dei suoi Stati, la vitalità effettiva dei suoi cittadini, e non altro. Perché la democratica sovranità dei popoli europei è l’unione dei loro destini in un unico continente; non certo la soppressione dei confini e delle identità reciproche delle singole nazioni che posseggono la loro inconfondibile storia: fatta di culture differenti, economie specifiche e lingue peculiari.

Diciamo la verità. L’Europa non esiste ancora. Il suo nome è stato solo la ratio intellettuale con cui alcuni Stati hanno imposto la loro sovranità e il loro strapotere su altri più deboli e sfortunati. Nessuno sa, d’altronde, se la linea marcata oggi dei nazionalismi produrrà la fine dell’Unione o ne creerà una diversa. Ma di sicuro il conflitto di specie tra l’Italia e i mercati, l’ostracismo intransigente dell’Unione contro l’Italia, non ha niente a che vedere con quello che l’Europa avrebbe dovuto essere nei sogni di Adenauer, De Gasperi e Schuman, e men che meno con quello che la gente comune auspica che l’Europa sia.

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