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È paradossale ma la politica italiana sembra dipendere dalle esternazioni e dagli umori di un capocomico. Sia detto senza nessuna ironia o sarcasmo. Il quale, per giunta, si concede poco, ma, quando lo fa, genera reazioni e commenti più di quanto ne possa stimolare oggi il più acuto degli analisti. È passato solo un mese dal suo intervento alla convention pentastellata del Circo Massimo a Roma, ed ecco che Beppe Grillo, colui che è formalmente solo il “garante” del partito di maggioranza relativa, interviene nel dibattito con un sibillino video di poco più di tre minuti postato sul suo blog.

Mentre al Circo Massimo il centro del suo discorso era ben individuabile, girando intorno al perno della necessità di una nuova politica disintermediata che facesse a meno di figure arcaiche come ad esempio quella del Presidente della Repubblica (sic!), questa volta i fini e l’obiettivo del suo intervento sono di più difficile individuazione. Almeno per la sua parte più strettamente politica. Il discorso corre infatti lungo due fili: da una parte una riflessione, cara al Movimento sin dai suoi primordi, sul futuro robotico che ci attende e che inevitabilmente cambierà anche le forme della politica (Grillo si è presentato in video con una maschera da robot); dall’altra, si pone il problema più contingente, ma che alla prima questione sembra in qualche modo legato, di dove stia andando la politica italiana, che a tutta prima sembra una macchina senza guida, “l’aereo più pazzo del mondo” per parafrasare il titolo di un vecchio film americano di cassetta. “Arriveremo a non capire più chi siamo, dove siamo e cosa facciamo: è esattamente quello che sento io oggi nella politica italiana. Non sappiamo dove andiamo, cosa facciamo e cosa stiamo pensando. Aspettiamo questo Godot…”.

Cosa ha voluto dire Grillo con queste parole? Con chi ce l’aveva? Quanto di “epocale” (la politica alla ricerca di una bussola perduta) e quanto di contingente (un governo a guida pentastellata che non sa dare una direzione di marcia al suo operato) c’è nel suo discorso, tenuto volutamente sul filo dell’ambiguità? ”Aspettiamo questo Godot che non arriverà mai, ma arriverà semmai una macchina che avrà prodotto Godot, che un giorno ci arriverà e si farà conoscere”. A mio avviso, dal discorso trapela l’insoddisfazione, da una parte, per l’operato del governo, dovuta sia alle divisioni interne al Movimento sia all’oggettiva (e non tenuta in debito conto) difficoltà di prendere decisioni nette in una società complessa di democrazia avanzata e in un mondo fatto di interdipendenze; dall’altra, per l’impossibilità di proporre soluzioni praticabili e realistiche.

In questo contesto, Grillo sposta il discorso in avanti, recuperando l’aspetto “visionario” del Movimento, quello che, sulla scia delle idee di Casaleggio padre, lo ha portato a considerare aspetti del nostro nemmeno tanto lontano futuro che altre forze politiche continuano ad ignorare del tutto: un futuro fatto di big data, intelligenze artificiali e “realtà aumentate”. Pensare però che sia la tecnica a risolvere i nodi della politica, e porsi in un’ottica di attendismo, rischia non solo di portare prima o poi al dissolvimento del Movimento (il che sembrerebbe essere auspicato anche da Casaleggio figlio), ma anche a non capire veramente fino in fondo il nostro futuro. Che la politica, con le sue contraddizioni fortunatamente irresolubili, possa sparire, è inimmaginabile anche in un orizzonte post-umano. Vita e politica sono coessenziali.

Caro Grillo, non sarà la tecnica a risolvere i nodi della politica

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