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“È fallita l’Opa di Salvini su Roma. Ora soldi e poteri”. Con questo titolo dell’intervista di Virginia Raggi oggi sul Fatto Quotidiano finisce la brevissima tregua apertasi con le sentenza di assoluzione di ieri, una tregua che in realtà nessuno voleva, vuole o vorrà (di qui in avanti).

Dobbiamo analizzarlo bene questo sabato di novembre, perché è decisamente la giornata politica più importante dell’anno dopo il 4 marzo (data delle elezioni). Succede innanzitutto che a Torino si salda (fuori dai moribondi partiti di opposizione) tutto un mondo che si oppone al governo del non fare, un mondo che mescola professioni e sindacato, imprese e giornali, un mondo che appunto disconosce tanto Forza Italia quanto il Pd, ma che ha in aperta ostilità il M5S e che guarda con più indulgenza alla Lega (ma solo a condizione che faccia prevalere l’anima “fattiva” dell’esecutivo).

Poi a Roma arriva l’assoluzione del sindaco, tema oggetto di molte dichiarazioni pubbliche nelle ultime settimane ma, soprattutto, di infiniti ragionamenti a porte chiuse dentro e fuori la maggioranza giallo-verde. Un’assoluzione che spiazza la Lega e forse anche molti dentro il movimento, ma che certamente rafforza Di Maio e costringe Salvini a un piccolo passo di lato (con tanto di telefonata di congratulazioni alla Raggi).

Siccome però la politica non consente troppe concessioni al galateo, ecco che dopo poche ore il fair play viene messo da parte e la sindaca si vendica del leader leghista con brutale franchezza, imputandogli di aver tifato (nemmeno troppo nascostamente in verità) per la sua decapitazione a mezzo sentenza.

Se a tutto questo aggiungiamo la prima pagina di Libero, che titola “Salvano la patata bollita ma condannano Salvini” ecco che il quadro diventa chiaro. Libero è sempre brillante interprete di cosa bolle in pentola nell’elettorato leghista e quindi ci serve come il pane in questo ragionamento (lo stesso, a contrario vale per Marco Travaglio ed il suo giornale per la “pancia” grillina).

Quindi noi vediamo oggi delinearsi una frattura tra il giallo e il verde della maggioranza di governo che si allarga ogni giorno di più, una frattura che gli stessi interpreti di prima grandezza ormai non cercano più di comporre ma semmai di aggravare. Non sappiamo dove porterà tutto questo, non sappiamo se e come condizionerà la vita del governo e della legislatura.

Però sappiamo distinguere la fisiologica fibrillazione interna ad una maggioranza parlamentare dalla tensione che diventa condizione permanente e che, a un certo punto, esplode in conflitto aperto. Ebbene ci sentiamo di affermare che siamo più nella seconda condizione che nella prima.

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