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La Cina non invierà la sua delegazione a Washington per il nuovo round di colloqui commerciali: il team cinese – che avrebbe dovuto includere anche Liu He, vice premier e potentissimo czar economico – resterà a Pechino perché il governo non ritiene giusto trattare in questo momento di tensione con gli Stati Uniti. Lo scrive adesso il Wall Street Journal, ma la decisione era stata anticipata quattro giorni fa dal South China Mourning Post ed era prevedibile, dopo che l’amministrazione Trump ha annunciato di aver alzato le tariffe sull’importazione di 200 miliardi di dollari in beni cinesi che ogni anno arrivano negli Usa – la misura entrerà in vigore il 24 settembre, e per rappresaglia i cinesi hanno imposto contro-dazi su altri 60 miliardi di dollari di prodotti esportati in Cina dagli americani.

La situazione è molto delicata perché quello del Commercio è un campo di battaglia di un confronto tra Stati Uniti e Cina che in realtà è globale, e riguarda l’ordine mondiale (che certamente risente già dello scontro commerciale: per esempio, il gigante del retail Walmart ha già annunciato che i prezzi di vendita di molte cose aumenteranno quando le nuove tariffe anti-Cina entreranno in vigore, con diretta ripercussione sui consumatori; o ancora, alcuni policy maker tra i paesi del Golfo lamentano la crescente assenza americana dalla propria regione, perché, dicono, gli Stati Uniti si stanno concentrando sul Pacifico e su dossier come quello del Mar Cinese e meno sul Medio Oriente).

In una conversazione di altissimo livello, la questione delle relazioni tra Stati Uniti e Cina è stata affrontata durante la cerimonia di gala per il cinquantennale dello Wilson Center, think tank washingtonians tra i più importanti del mondo. Dato che contemporaneamente si festeggiavano anche i dieci anni dell’apertura del Kissinger Insitution Center for China and US, interno al think tank, ospite d’eccezione sul palco era Henry Kissinger, ex segretario di Stato americano e molte altre cose, gigante dei nostri giorni, chiave che (negli anni Settanta) ha aperto i rapporti degli Stati Uniti con la Cina – “Le relazioni con la Cina sono state per me un processo di educazione ed esperianza”, ha detto Kissinger durante la chiacchierata con J. Stapleton Roy, detto “Stape”, diplomatico e studioso con una profonda conoscenza dell’Asia.

Kissinger dice di vedere la Cina come un potenziale partner nella costruzione dell’ordine mondiale: è questa la visione più importante – che grazie alla rispettabilità di cui gode potrebbe arrivare fino alla Casa Bianca.

“Siamo in una posizione in cui la pace e la prosperità del mondo dipendono dal fatto che la Cina e gli Stati Uniti possano trovare un metodo per lavorare insieme, non sempre in accordo, ma per gestire i nostri disaccordi”, dice Kissinger, perché è evidente – spiega – che entrambi hanno il potere di imporre ciò che vogliono in alcune situazioni, ma è la compatibilità il punto.

“Quando i negoziatori americani e cinesi si incontrano – continua – di solito hanno due programmi diversi. Gli americani hanno una lista di cose che vogliono sistemare nell’immediato futuro; i cinesi hanno un obiettivo verso il quale vogliono lavorare. Quindi entrambi possiamo imparare gli uni dagli altri, e dobbiamo imparare gli uni dagli altri”.

Poi fa una digressione eccezionale, spiazzante se rapportata ai suoi 95 anni, meritevole di citazione: “La rapida evoluzione della tecnologia ci ha messo in una situazione in cui il mondo può essere influenzato non solo dagli obiettivi che ci prefiggiamo, ma dagli obiettivi che le nostre macchine decidono di impostare da soli”, si tratta di un riferimento all’intelligenza artificiale e al machine learning, elementi centrali nel processo socio-politico dei prossimi anni e centro della concorrenza (anche aggressiva) tra Cina e Stati Uniti. (Di AI Kissinger si è occupato anche in un saggio pubblicato a luglio da Robison, l’approfondimento culturale di Repubblica, in cui ha affrontato con straordinaria lucidità i temi della questione: lettura da recuperare per avere un quadro chiaro sul tema, ndr).

Stape Roy a un certo punto chiede anche una cosa delicata che riguarda l’approccio usato finora dagli americani con Pechino, che negli ultimi tempi è stato messo in discussione fino a essere considerato fallimentare, e diventato quindi argomento di raffinati dibattiti accademici. “[Per qualcuno] la politica USA-Cina è stata un fallimento, perché uno dei suoi principi centrali era che lo sviluppo economico avrebbe trasformato la Cina in una democrazia liberale, e che è stato presentato come l’obiettivo della nostra politica. E questo chiaramente non si è verificato”, dice l’ex ambasciatore: è così?

Kissinger dà una spiegazione ampia, spiega che nella prima fase delle relazioni tra Stati Uniti e Cina l’obiettivo era un bilanciamento regionale contro l’Urss: aprire a Pechino doveva essere un contrappeso verso i sovietici (e poi aggiunge: lo abbiamo fatto anche “per dare alla nostra gente la speranza che nel periodo della guerra del Vietnam e delle divisioni interne, il loro governo avesse una visione di un mondo pacifico che includeva elementi che erano stati esclusi”).

Poi la Cina si è sviluppata rapidamente, e “abbiamo fatto una serie di accordi che, in termini puramente economici, sembravano bilanciati a favore della Cina. Ma li abbiamo fatti perché pensavamo che la crescita della forza cinese compensasse questo squilibrio nell’Unione Sovietica”. Ma la Cina continuava (e continua) a crescere con una velocità inimmaginabile: “Nel processo, normali considerazioni commerciali, che richiedono un certo grado di equilibrio equo, sono diventate sempre più dominanti” e siamo arrivati fin qui.

Però, dice Kissinger, “non possiamo risolvere tutti i problemi del mondo e della struttura domestica di tutti i paesi del mondo. Come sforzo nazionale, dobbiamo avere obiettivi in ​​quella direzione e dobbiamo promuoverlo [solo] dove possiamo”, perché “non puoi annullare l’evoluzione storica con pressioni a breve termine”. (Accettare Pechino per quel che è, dunque, e dialogarci?).

Ultima domanda di Roy: non molto tempo fa il capo della Forze armate americane, Joseph Dunford, in un’audizione al Congresso ha detto che entro il 2025 la Cina sarà la principale minaccia americana, “l’accetteresti come analisi se fossi tu il segretario di Stato?”. Kissinger: “Non vorrei che esista una situazione del genere, dove nel 2025 la Cina è militarmente più forte degli Stati Uniti. Preferirei sempre una politica militare che ci mantenga abbastanza forti da affrontare i pericoli prevedibili”.

Ma poi c’è il secondo livello della risposta: “Vorrei comunque che Cina e Stati Uniti fossero impegnati in un dialogo che cerchi di evitare che l’un l’altro siano una minaccia”. Lo dico da “studente di strategia” e da uno che ha conosciuto i piani di guerra americani, dice Kissinger, “non possiamo pensare a una guerra tra paesi avanzati nel campo dell’alta tecnologia, come qualcosa di simile agli schemi delle guerre precedenti. Si implica un livello di distruzione […] e di impatto reciproco che è sicuro dire che il mondo non sarà più lo stesso”.

Ecco cosa ha detto Kissinger del rapporto (tribolato) fra Usa e Cina

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