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L’instabilità dell’Europa si fa sentire. La moneta unica europea si è visibilmente indebolita rispetto all’euro a 1,1351 dollari, indici minimi da oltre due mesi e mezzo. Alle 11:00 è prevista la comunicazione di un altro dato importante, quello sull’inflazione dell’eurozona durante il mese di ottobre. Secondo la stima di Eurostat, anche la crescita è rallentata. Il Pil nell’Eurozona sale di 0,2% e nella Ue-28 di 0,3%, mentre il mese precedente era stato di 0,4% e 0,5% rispettivamente. Su base annua è cresciuto di 1,7% nella zona euro e 1,9% nella Ue-28, più basso rispetto al +2,2% e +2,1% del trimestre precedente.

Ed è proprio l’euro, pensato inizialmente come componente chiave per un’unione sempre più stretta dei Paesi membri dell’Ue, il motivo della discordia politica. Le discussioni sulla politica economica hanno riacceso nel continente discordie e inimicizie. È l’euro – e le condizioni di austerità legate all’appartenenza dell’eurozona – il motore che ha fatto nascere movimenti estremi nazionalisti in Italia Francia, Ungheria, Polonia e non solo.

Questa lettura politico-economica è di Marshall Auerback, analista del Levy Economics Institute of Bard College. In un articolo pubblicato da Independent Media Institute (e ripreso dal quotidiano Asia Times), l’economista sposa la tesi del premio Nobel, Joseph Stiglitz: il progetto di valuta comune è responsabile di esacerbare un matrimonio sempre più disfunzionale, che non è riuscito a mantenere ciò che è stato promesso. Gli obiettivi di prosperità e integrazione politica sono sempre più lontani.

“Purtroppo, ci stiamo rapidamente avvicinando al punto in cui l’Italia prenderà il coraggio di alzarsi e lasciare il matrimonio – scrive Auerback -. L’Italia, tuttavia, non è la Grecia. Ha un significativo potere economico. Se questo divorzio dovesse accadere, quindi, si creerebbe un’enorme ricaduta finanziaria per il resto dell’Europa, e probabilmente significherebbe la fine dell’euro”.

L’analista sottolinea anche le tensioni del sistema bancario italiano, a seguito del declassamento del rating e i costi di finanziamento: “Sebbene i costi di finanziamento non siano rilevanti in un paese che emette la propria valuta (ad esempio Stati Uniti, Canada e Giappone), sono molto rilevanti nella zona euro, dove i paesi sono utenti della valuta […] soggetta ai tassi determinati dal mercato e le azioni dei burocrati non eletti che gestiscono la Bce”.

Una dinamica prevista da Berlino per controllare fiscalmente gli altri (come l’Italia), secondo Auerback. Precludendo agli italiani l’opzione di svalutare la moneta, i tedeschi si sono assicurati il “costante predominio delle esportazioni globali”, sostiene l’analista. La situazione sta creando le condizioni per una futura crisi nell’Unione europea – continua – […] Soprattutto in Italia, che è tra le politiche meno stabili dell’Unione europea. Considerata la recente storia dell’Ue, la risposta più probabile all’attuale crisi è un’altra misura di tamponamento, rimandando il più ampio problema fino a più tardi. A breve termine, ciò sosterrà una struttura esistente che serve in gran parte gli interessi degli industriali tedeschi, ma non i cittadini europei nel loro complesso”.

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