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L’Italia ristagna, frena, non cresce. Mettetela come vi pare, ma la sostanza non cambia: il Pil si è fermato e non capitava da più di tre anni. Era previsto non tanto dagli analisti (che si aspettavano qualcosina in più), ma da chi parla con gli imprenditori quotidianamente. Big Ben ha detto stop. Speriamo per poco.

Il problema non è stracciarsi le vesti, per i dati anticipati oggi dall’Istat, ma guardarsi in faccia e dirsi le cose come stanno. Magari provando ad ascoltare chi ha il polso della realtà e ogni santissimo giorno prova a tener botta, producendo, innovando ed esportando. Sta venendo meno la fiducia, questo è il punto. Il tessuto produttivo italiano, pur potendo contare su una naturale forza e capacità di reazione, da mesi lancia inascoltato l’allarme: sono stati sottratti fondi e, cosa ancora più grave per gli imprenditori, attenzione al mondo dell’impresa.

Il depotenziamento di Industria 4.0, il contestato decreto dignità, le polemiche su Tap e Tav, sono tutti granelli che contribuiscono a bloccare gli ingranaggi degli investimenti. Partecipando e coordinando pochi giorni fa l’assemblea di Confindustria a Bergamo, uno dei distretti produttivi più forti di tutta Europa, mi è balzata agli occhi l’angoscia di non essere ascoltati. Il dover mendicare attenzione nel deserto. È un mix potenzialmente letale: le misure che non piacciono e lo scarso ascolto. La sensazione è che il mondo dell’impresa sia culturalmente pronto (e assuefatto…) al confronto, anche spinoso, su quali misure e incentivi promuovere o bocciare, ma non digerisca l’indifferenza di parte dell’attuale maggioranza di governo. Un’indifferenza tendente a una strisciante diffidenza.

Il punto non è tanto l’inversione di rotta delle posizioni ufficiali del presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, passato dall’endorsement a Matteo Salvini, al definire oggi la mancata crescita del Paese esclusiva colpa del governo. Quello che sta contribuendo alla frenata collettiva dell’Italia è la crisi di fiducia, il senso di incertezza, che spinge a un inevitabile attendismo anche di chi potrebbe investire e scommettere sulla forza della propria azienda.

Parlando con gli imprenditori, ascoltando le loro storie, si rafforza una sensazione ben precisa: l’Italia che produce, soprattutto quella più lontana dai riflettori, è stanca. Rappresenta chi è sopravvissuto a una durissima selezione naturale, imposta dalla Grande Crisi. Sono imprenditori forti, abili, capaci di mettere spesso in fila competitor strutturalmente dieci o cento volte più grandi di loro. Creano posti di lavoro e ricchezza. Se li lasciamo da soli a urlare nel deserto, non faremo tanto un dispetto ideologico a loro, ma mineremo la parte più moderna e dinamica del Paese. Per scongiurare un esito del genere, c’è ancora tempo. L’Istat, però, ci ha ricordato questa mattina che non è tantissimo.

L’Italia che produce è stanca. Ma urla nel deserto

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