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Amici, nonostante la Brexit. Ma l’amicizia va guadagnata sul campo, con sudore e fatica. E dunque, qual è il prezzo? A due anni e mezzo dall’inizio delle pratiche di divorzio tra Unione europea e Regno Unito, la strada per una soluzione che accontenti ambedue è ancora lunga. Le imprese con sede a Londra hanno già fatto le loro scelte, chi delocalizzerà e chi invece continuerà a macinare business sul suolo inglese.

Ma la politica no, è ancora qualche metro indietro. Il governo di Theresa May e la diplomazia (in scadenza perché si vota a maggio) europea sono ancora al lavoro per un accordo il più soddisfacente possibile. Un’uscita soft, senza traumi e senza troppe ripercussioni sul commercio di beni europeo e sul bilancio dell’Unione, finanziato dai contributi dei singoli Paesi membri sarebbe una vittoria di tutti.

Certamente non è mancato l’ottimismo questa mattina a villa Wolkonsky sede dell’ambasciata inglese, dove Antonio Tajani, presidente del parlamento Ue, Jill Morris, ambasciatore britannico in Italia e l’editorialista Danilo Taino, grande esperto di questioni europee, hanno presentato il nuovo numero de Il Club, la rivista-pensatoio che vuole essere un ponte tra Uk e Ue. La copertina è dedicata ai soldati inglesi che hanno combattuto in Italia al fianco degli americani durante la seconda guerra mondiale. Come a dire, nel momento del bisogno, la Gran Bretagna c’è stata, per l’Italia, per l’Europa. E allora perché non provare a costruire a 75 anni di distanza dalla morte di 45 mila soldati inglesi under 30 solo in Italia, un negoziato che non faccia male a nessuno?

“Partiamo da una constatazione. Noi non possiamo rinunciare alla tutela degli interessi delle imprese europee e della salute dei suoi cittadini. Ci sarebbero delle conseguenze gravissime. Ci sono interi segmenti dell’industria, penso all’agroalimentare, che con l’uscita del Regno Unito perderebbero contributi essenziali per la loro sopravvivenza”, ha premesso Tajani, rivolgendosi in più occasioni con lo sguardo a Morris. Messaggio chiaro, chiarissimo: i cittadini inglesi il 23 giugno del 2016 hanno fatto la loro scelta, che volente o nolente va rispettata. Ma l’Europa non può pagare un prezzo più alto del dovuto o lo scontro con Dowing Street, che qualcuno chiama hard Brexit, sarà inevitabile.

“Inutile nascondere che in questo momento ci sia uno stallo delle trattative. In settimana abbiamo un Consiglio europeo in cui cercheremo di fare un passo avanti. Personalmente sono ottimista, ma ben conscio della difficoltà del momento. L’Europa non può accettare un accordo che vada contro i suoi cittadini e contro le sue istituzioni. Noi vogliamo essere amici del Regno Unito, ma questo non significa creare dei danni alle nostre industrie e al nostro mondo produttivo. Mi auguro, anzi voglio proprio convincermi del fatto che alla fine prevarrà il buon senso da ambedue le parti”.

L’ottimismo impregnato di cautela di Tajani non ha però incontrato la sponda di Taino. Il quale ha fornito una visione della Brexit decisamente meno rosea, dando delle motivazioni che all’ambasciatore Morris debbono essere parse una sorta di provocazione. “L’attuale fase di stallo non ci fan ben sperare sul raggiungimento di un accordo soddisfacente tra le parti. Se siamo arrivati a questo, con la trattativa finita su una sorta di binario morto è anche colpa di una certa perdita di autorevolezza da parte dell’attuale classe dirigente britannica”, ha spiegato Taino. La quale “sembra essere un po’ scaduta rispetto alle classi dirigenti che abbiamo imparato a conoscere nel corso degli anni”.

Taino non ha risparmiato critiche nemmeno alla stessa Europa. “Si va in giro dicendo che l’Europa durante questi negoziati abbia difeso i suoi interessi. Ma questo non è vero, la stessa Brexit che io non avrei voluto, è una lesione degli interessi europei. Un esempio? Oggi il cosiddetto Vecchio Continente ha una delle principali piazze finanziare al mondo, quella londinese. Perdere questo asset, sarebbe già una perdita di potenza e peso da parte della stessa Unione. Credo che Bruxelles, nel suo trattare con la Gran Bretagna, non si sia posta per esempio il problema dei mercati”.

La voce del Regno Unito è stata quella della padrona di casa, Morris. La quale non ha avuto remore nel sottolineare le immani difficoltà che stanno mettendo a rischio i negoziati. A cominciare dalla questione irlandese (il governo May ha rifiutato le proposte di compromesso per evitare il ritorno della frontiera fisica tra Irlanda e Irlanda del Nord).

“La Gran Bretagna è e deve rimanere un partner dell’Unione ma questo non si può fare senza un accordo che accontenti tutti e quando dico tutti dico cittadini europei e inglesi. Francamente non me la sento di condividere l’opinione sullo stato della classe dirigente inglese perché posso tranquillamente assicurare che anche a Londra e nel governo inglese prevale la parola ‘amici’. Negli ultimi giorni sono stati fatti progressi concreti su numerosi punti chiave ma restano ancora questioni non risolte relative al nord Irlanda, su cui entrambe le parti concordano circa la necessità di evitare un confine fisico”.

E proprio la questione irlandese rischia di trasformarsi nelle Forche Caudine della Brexit. La distanza tra Tajani e Morris, è parsa evidente su questo tema. “Noi abbiamo proposto che in una fase di transizione, fino a che non ci sarà un nuovo trattato, l’Irlanda del Nord faccia parte del mercato interno e quindi si facciano controlli su merci e animali che arrivano in Irlanda del Nord. Non possiamo mettere a repentaglio né la pace né la salute dei cittadini europei né mettere in difficoltà le nostre imprese agricole del settore agro-alimentare”.

Brexit, ecco che cosa si sono detti Tajani e l’ambasciatrice Morris

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